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1. NAZARET: IL CORPO, LA CASA, IL TEMPIO

Diamo inizio a questa “visita guidata” nella casa di Nazaret a procedere da una considerazione generale, ma sostanziale, a riguardo della “casa”. La considerazione è questa: vi è una profonda somiglianza fra il cuore di Dio, il corpo di Maria e le mura del tempio! Tutti e tre, pur nella loro evidente differenza, realizzano l’idea della “casa” come punto di accoglienza e punto di partenza, luogo del dimorare e dell’operare, luogo da cui partire e a cui ritornare. È così il mistero di Dio, che è in se stesso Amore ed è per noi Creatore, e che dunque ci accoglie in sé e ci distingue da sé per attirarci nella comunione con sé. È così il mistero di ogni madre, che ci porta in grembo per metterci al mondo: alle cure materne siamo affidati per imparare ad avere fiducia. È così il mistero del tempio, in cui si sosta alla presenza di Dio per irradiarne la gloria, in cui si interrompono le attività quotidiane per ritornarvi confortati e trasfigurati. Ed è così il mistero di Maria, che nell’Incarnazione è stata davvero la “casa di Dio”, l’Arca dell’Alleanza, il primo Tabernacolo della storia: in Lei il Figlio di Dio ha trovato dimora nel mondo per diventare il Redentore del mondo.


Comunione di persone

La realtà della “casa” allude alla legge fondamentale dell’amore, che è sempre comunione e distinzione di persone. E infatti l’amore vero richiede sempre affetto e rispetto, giusta vicinanza e giusta distanza, equilibrio fra attaccamento e distacco, capacità di avere e di rinunciare, desiderio di creare vincoli fra le persone e attenzione a promuoverne la libertà. In questo senso, ciò che minaccia l’amore non è solo il disamore, ma anche l’eccesso d’amore, che nonostante le migliori intenzioni soffoca la libertà, non la fa maturare, non le dischiude nuovi orizzonti. Quando manca il respiro della libertà, l’amore non è più appartenenza ma possesso, e quando manca il vincolo dell’affetto, la libertà non sa dove andare o non ne trova la forza. Al contrario, maturare nell’amore è saper stare a casa e sapersene andare: è vincere la tentazione di chiudersi e avere il coraggio di aprirsi, è stare lontani dal duplice rischio di sprofondare in mille paure o di moltiplicare esperienze insensate.


Guardiamo Gesù: proprio nella rinuncia alla sua vita e nel distacco dai suoi discepoli ha realizzato un amore più grande e una vita che vince la morte: per sé, per loro, e per tutti. Ascoltiamo come si rivolge agli Apostoli alla vigilia della sua passione: “ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò” (Gv 16,7). Si parla di un distacco, ma anche di un’eredità, di un tempo di desolazione, ma nella prospettiva di una più grande consolazione!

E poi guardiamo Maria, che ci è diventata madre proprio accogliendo e perdendo il proprio figlio, passando dal Fiat allo Stabat, dal parto gioioso di Betlemme, quando in Lei la Parola si è fatta Carne, al parto doloroso del Golgota, dove la Parola è stata crocifissa.


E guardiamo un santo come Don Bosco, amatissimo da mamma Margherita, ma mandato giovanissimo a lavorare fuori casa: pur essendo orfano di padre, incompreso dal fratello Antonio e privato dell’aiuto di don Calosso, suo maestro, egli riassumerà la saggezza dell’amore educativo nella convinzione che “non basta amare”, ma occorre che un giovane “riconosca di essere amato”, perché solo così erediterà l’amore e la capacità di amare a sua volta. Come dire: la riuscita dell’opera educativa non si gioca tanto nella protezione e nell’istruzione, nel dono di cose e di consigli; si gioca invece nel dono di sé, nella testimonianza e nell’accompagnamento. I legami familiari servono per ricevere la vita, imparare a vivere e lanciarsi nella vita, non certo per accumulare equipaggiamenti e poi tenerla sotto chiave.


Ricevere la vita, donare la vita

Ecco allora in sintesi quella che potremmo chiamare “la regola della casa”: avere una casa è ricevere la vita e imparare a vivere, per costruire nuove case e generare nuova vita. Da qui possiamo ricavare almeno tre indicazioni per il dialogo d’amore con Dio, in famiglia, in comunità.


1. Nel rapporto con Dio, bisogna considerare che Dio non è né una vetta irraggiungibile né un comodo rifugio: in Gesù, Dio ha dato a noi la sua vita e desidera che anche noi doniamo la nostra vita agli altri. Il che significa che non si può credere nel Dio della vita e rinunciare a vivere la propria vita: aver fede è al tempo stesso riporre la propria fiducia in Dio e decidere coraggiosamente di sé. E peccare, prima ancora di sbagliare, è aver paura di sbagliare, perché nella paura si annidano la sfiducia nella bontà di Dio e nei doni che ci ha dato, un’immagine distorta del giudizio di Dio e un’immagine distorta di sé: come se il giudizio di Dio non fosse un giudizio di misericordia, o come se fosse impossibile essere buoni senza essere già perfetti. La rinuncia a vivere dovuta all’orgoglio e alla paura paralizza la vita, e per questo il Vangelo parla chiaro: «non chi dice Signore, Signore, ma chi fa la volontà del Padre» è vero discepolo del Regno (Mt 7,21). Perciò non basta sapere la verità: solo «chi fa la verità viene alla luce» (Gv 3,21). Tanto è vero che «a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza, ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha» (Mt 13,12). C’è allora da chiedersi in tutta sincerità: com’è la qualità della mia preghiera, del mio dialogo con Dio? So riporre umilmente in Lui la mia fiducia ed esporre coraggiosamente la mia vita alle opere dell’amore? So raccogliere il cuore e dispiegare le forze, abbandonarmi e impegnarmi?


2. Nel rapporto fra le generazioni, la cosa oggi fondamentale nell’educazione dei figli è dare fiducia e chiedere responsabilità, rinunciando ad atteggiamenti marcatamente impositivi o protettivi, e offrendo con convinzione la testimonianza adulta di un desiderio vitale e di un amore per la vita che generi relazioni nuove e opere nuove, che consolidi i rapporti di amicizia e moltiplichi le iniziative di solidarietà. Guai invece ad annullarsi per i figli o ad annullarli per eccesso di norme e di cure.


3. Nelle relazioni comunitarie, l’esperienza del tempio, nel quale si riceve la carità di Dio per vivere e irradiare questa stessa carità, richiede di non separare mai comunione e missione, identità cristiana e dedizione al mondo. È l’indicazione autorevole e appassionata di papa Francesco nella sua bella lettera apostolica sulla gioia del Vangelo. Essa spiega che la Chiesa, in tutte le sue espressioni, le più intime come le più pubbliche, non deve mai perdere l’intonazione missionaria: «l’intimità della Chiesa con Gesù è un’intimità itinerante, e la comunione essenzialmente una comunione missionaria… La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie… L’obiettivo dei processi partecipativi non sarà principalmente l’organizzazione ecclesiale, bensì il sogno missionario di arrivare a tutti» (EG 23.27.31).

don Roberto Carelli – SDB

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