IN LUI CI HA SCELTI PRIMA DELLA CREAZIONE DEL MONDO (EF 1,4)LA PARABOLA DI PINOCCHIO E LA VERITÀ DELLA FEDE
2. Il tragico della Redenzione
Meditiamo oggi sulla condizione miseranda dell’uomo e sulla necessità che Dio gli usi misericordia. Nel bene, l’uomo è un essere paradossale: è finito ma desidera l’infinito, è creatura ma chiamato a condividere la vita del Creatore. Nel male, l’uomo diventa un essere contraddittorio: invece di vivere al di sopra di se stesso, finisce al di sotto di se stesso, invece di divinizzarsi finisce per imbestiarsi; invece di vivere finisce per morire. Nel bene è figlio, e così è libero, nel male fugge dal padre, e così diventa schiavo.

Pinocchio ci rappresenta bene: vorrebbe sempre obbedire e finisce sempre per trasgredire. Pinocchio oscilla fra l’amore per il Padre e la fuga dal Padre, fra il desiderio di consolare il Padre e il farlo soffrire, fra il proposito di fare bene e il comportarsi male. Trasformata in preghiera, la coscienza di Pinocchio è ben espressa dall’orazione liturgica dell’XI settimana per annum:
O Dio, fortezza di chi spera in te, ascolta benigno le nostre invocazioni, e poiché nella nostra debolezza nulla possiamo senza il tuo aiuto, soccorrici con la tua grazia, perché fedeli ai tuoi comandamenti possiamo piacerti nelle intenzioni e nelle opere.
Pinocchio è l’uomo che quasi subito si rende del suo profondo disordine interiore, quello di desiderare il bene e compiere il male, quello espresso perfettamente da san Paolo:
Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me: acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? (Rm 7,15-24)
Pinocchio è l’uomo che pian piano comprende di avere un desiderio verace ma incapace, di volercela fare e non potercela fare:
Qui c'è l’antinomia tipica dell'uomo: unico tra tutti i viventi, è pungolato dai desideri che egli sente radicati nell'essere, ma che dispera di arrivare mai a esaudire: sono naturali e inefficaci (Biffi).
Ed allora l’uomo comprende che
è Dio che suscita in noi il volere e l'operare secondo i suoi benevoli disegni (Fil 2,13).
Ed è l’uomo che, meglio tardi che mai, arriva onestamente a pregare come la Liturgia delle Ore fa continuamente all’inizio di ogni preghiera:
O Dio, vieni a salvarmi, Signore, vieni presto in mio aiuto. Siano confusi e arrossiscano quanti attentano alla mia vita. Retrocedano e siano svergognati quanti vogliono la mia rovina. Per la vergogna si volgano indietro quelli che mi deridono. Gioia e allegrezza grande per quelli che ti cercano; dicano sempre: «Dio è grande» quelli che amano la tua salvezza. a io sono povero e infelice, vieni presto, mio Dio; tu sei mio aiuto e mio salvatore; Signore, non tardare (Sal 69).
Pinocchio, che poi siamo noi, è l’uomo che magari ci mette tutta la vita, ma può per grazia intuirlo fin dall’alba della vita, che la differenza la fa avere un padre, e che senza un padre avremo molti padroni (Dio è “Uno”, il Demonio è “legione”). Mirabile il commento del Cardinal Biffi alla scena della liberazione di Pinocchio da Mangiafuoco:
Che cosa rende Pinocchio irriducibilmente diverso e gli impedisce di assimilarsi alla compagnia delle teste di legno? La differenza sta tutta nel fatto che Pinocchio ha un padre, prodigiosa eccezione tra i suoi simili. Se ha un padre, ha un destino filiale; se ha un destino filiale, designato, pur avendo ancora una struttura legnosa, ha una condizione di sostanziale libertà. Questo è il dilemma che, del Gran Teatro del mondo a tutti viene proposto, anche se non tutti purtroppo se ne avvedono: un burattino che ha un padre è chiamato a essere uomo; un uomo che ha rifiutato il padre presto o tardi si conforma ai burattini. Quando ascoltiamo qualcuno che fieramente e protervamente dichiara né Dio né padroni, non possiamo nascondere l'ammirazione per tanta chiarezza di proposito e tanto candore di sentimenti. Ma ci stringe il cuore anche l'immancabile previsione: chi enuncia questo programma diventa o presto o tardi intollerante adoratore di qualche idolo e, senza volerlo, invoca l'avvento di qualche burattinaio, che non tarderà a comparire. Dagli idoli ci si libera in modo definitivo solo innamorandosi dell'unico vero Dio. I fili invisibili che ci costringono sono tagliati unicamente dall'affetto del Padre. Arriverà un giorno in cui, trascesa la nostra condizione legnosa, saremo liberi da tutti i burattinai. Adesso, in questo stato di goffaggine, se non possiamo sottrarci del tutto ai dispotismi del burattinaio, possiamo però addomesticarlo, sottomettendolo alla potenza di Dio. Il senso di Dio soltanto può garantire un po’ di respiro alla nostra libertà e un po’ di amore alla linea durezza dei nostri cuori.
Il desiderio naturale e la ribellione della natura
Ecco la contraddizione fondamentale. Quando l’uomo non riceve la pienezza di Dio, ben presto si ritrova nel vuoto. Quando non asseconda il desiderio naturale di Dio, rimane prigioniero delle cose. Quando Dio non è la sua gioia, si accontenta di molto meno. Senza Dio, le cose, che sono doni di Dio, si rivoltano contro di lui. Lo dice anche la saggezza popolare: “chi troppo vuole nulla stringe”. Ma vediamo più da vicino.
L’uomo è fatto da Dio e per Dio, per cui il termine del desiderio più naturale è proprio Dio, ma dopo il peccato originale il desiderio viene innaturalmente dirottato su ciò che Dio non è. È l’eterno conflitto fra Dio e gli idoli, fra il vero Dio e i falsi dèi, fra il vero Dio e i suoi surrogati. Che ci sia in fondo al nostro essere il desiderio del possesso aperto di Dio è innegabile. È nascosto di solito sotto il tumulto delle altre voglie, le quali, anche se non c'è ne avvediamo, sono spesso invilimenti e intorbidimenti di quella fondamentale aspirazione; ma c'è, ed è la ragione ultima dell'incontenibilità e del nostro perenne trascorrere insoddisfatti da un'esperienza all'altra. Va così: l’uomo apprezza le monete d’oro, tanto che vuole moltiplicarle all’infinito. Tutti desiderano la ricchezza di Dio, diventare come lui: è sempre di nuovo in qualche piega del cuore umano la malìa della prima seduzione. È un’aspirazione folle, ma è anche la riprova che ciascuno di noi anela a incontrarsi con l’esuberanza dell’amore divino e, almeno in maniera inconscia, si sente ancora coinvolto nel progetto sconfinato del Creatore. L’errore sta nell’affidarsi ad altri che a Dio per il suo compimento (Biffi).
Pur dibattendosi fra desideri disordinati e impuri, l’uomo però torna sempre di nuovo a cercare l’ordine e la purezza delle origini: sarà l’età dell’oro o il sol dell’avvenire, il paradiso perduto o il mito del buon selvaggio, la cancellazione dei tabù o il mito della spontaneità, ma gli ideali, senza la concretezza della fede, diventano ideologie. Il fatto è che la natura pura (cioè senza chiamata di Dio) non esiste proprio, e una natura tutta pura (cioè senza disordini) non esiste già da mo’! In concreto, vuol dire che è meglio fare “piccoli passi possibili” piuttosto che esaltarsi evocando ideali ma senza fare alcun passo. Infatti Pinocchio vuole arricchire Geppetto impegnandosi nello studio, ma poi non riesce neanche ad arrivare alla scuola:
“Strada facendo fantasticava". I suoi pensieri sono nobili e alti, troppo alti. I suoi propositi sono generosi, troppo generosi. Se avesse espresso soltanto l'intenzione di studiare sarebbe stato un progetto più modesto ma anche più vincolante. Il programma di guadagnare molti quattrini con la propria abilità e di fare a Geppetto una casacca tutta d'argento e d'oro e coi bottoni di brillanti e certo ammirevole, ma è meno impegnativo di quello di arrivare effettivamente fino alla scuola. Di fatto i pensieri sublimi del nostro eroe sono dissolti all'istante da un suono lontano di pifferi e di grancassa. Così il cuore dell'uomo è sottoposto a una tensione penosa: il Regno dei cieli e il mondo sono di volta in volta gli oggetti delle nostre inclinazioni. Non c'è libertino che non conservi in fondo all'essere - magari assopito o inerte - il desiderio della divina intimità, e non c'è asceta che non porti latente in sé il desiderio del mondo, della sua festa chiassosa della sua sfrenatezza. Spesso si tenta addirittura di far convivere pacificamente i due desideri ma non si può a lungo: arriva il momento in cui si impone con evidenza la loro reciproca incompatibilità, il momento della scelta e della rinuncia (Biffi).
Ma perché questa condizione contraddittoria? È sempre lo stesso motivo: è l’ebbrezza della libertà e del cuore, è l’impadronirsi dei doni invece che rendere grazie dei doni, è l’autonomia padronale invece che la dipendenza creaturale, è il farsi come Dio invece che lasciarsi fare da Dio. La caduta delle origini sta proprio in questo: poiché Dio ci ha creati liberi e capaci di amare, la prima tentazione è appropriarsi della libertà e decidere in proprio cosa sia l’amore. È il falso ideale di fare le cose in coscienza senza dover obbedire a nessuno. Detto sul piano culturale, è il precipitato di Lutero anche fra i cattolici; è il virus degli illuministi anche fra i cristiani; sono le due dittature denunciate da Benedetto XVI: la dittatura del razionalismo e la dittatura del relativismo. In parole più semplici, è la libertà senza la verità. Biffi ne parla come delle due “idiozie” fondamentali:
In un primo tempo Pinocchio vuole assaporare l'ebbrezza di chi è padrone assoluto di sé e non deve rendere conto a nessuno dei suoi atti dei suoi capricci. Ma i legami non sono tutti tagliati: la corsa si conclude ancora nella casa paterna, dove il Grillo parlante tenta di ricondurlo sulla strada dell'obbedienza. Ma Pinocchio porta a compimento la sua “liberazione", soffocando con un colpo di martello quella scomoda voce. Sulla coscienza morale circolano alcune idiozie.
La prima idiozia consiste nell'abitudine di sottrarsi, in ogni occasione e per ogni problema, alla ricerca di ciò che è obiettivamente giusto con l'appello al giudizio insindacabile della coscienza: “io seguo la mia coscienza”.
Una seconda idiozia di natura storica: ritenere che il primato della coscienza sarebbe mortificato dall'ortodossia cattolica con l'adesione all'autorità. Comunque, va così: un colpo di martello e il Grillo rimane stecchito e appiccicato alla parete. Come è stato facile! Sembrava una voce immortale, ed è stata subito muta. Poi si vedrà come la morte del Grillo non sia mai un evento definitivo, ma intanto Pinocchio sta nella stanza da solo, come aveva voluto, e gli è riuscito ad imporre il silenzio al fastidioso cri-cri.
Il primo risultato è che l’uomo ribelle sperimenta la ribellione delle cose, la desolazione e il vuoto. Sì, perché nella Bibbia gli idoli fanno concorrenza a Dio, ma sono, letteralmente, “gli inconsistenti”: “gli idoli dei popoli sono argento e oro, opera delle mani dell'uomo: hanno bocca e non parlano; hanno occhi e non vedono; hanno orecchi e non odono; non c'è respiro nella loro bocca. Sia come loro chi li fabbrica” (Sal 134,15-18).
Collodi ha una descrizione terrificante di che cosa può diventare la vita di un uomo quando rinuncia a vivere all’altezza del proprio desiderio: finisce per accontentarsi di quel che trova sul mucchio della spazzatura. E non solo: preso in mezzo alle schifezze qualcosa che gli sembra poterlo soddisfare, lo adora. L’uomo di Pinocchio è il vitello d’oro, quello che la Bibbia chiama idolo. Perché funziona così: chi non vuole avere un padre finirà per avere un padrone, perché da qualcuno o da qualcosa si deve pur dipendere… occhio: l’idolo tradisce, però la fame resta (Nembrini).
L’illusione è poi madre della delusione. Occorre farsene una ragione: saziare il desiderio con le cose è vano! Senza Dio tutto si svuota, con Dio tutto si riempie! E allora è bene ringraziare per l’esperienza del vuoto, quando Dio “corrode come un tarlo i nostri tesori” (Sal 38,12), perché ci aiuta a raddrizzare e risollevare lo sguardo, a evitare il rischio di accontentarci di troppo poco. È la cosa importante da annunciare ai ragazzi: non desiderate troppo poco! Siate all’altezza del desiderio che Dio ha posto nei vostri cuori! Ed è la cosa da richiamare a tutti gli adulti: la scienza senza la sapienza è vana, e senza fede i migliori ritrovati del nostro ingegno ci franano addosso:
La percezione dell’assenza non basta certo a fondare la vita religiosa; occorre che si accompagni la percezione della Presenza. Ma è indubbio che senza la percezione della vuotezza non c’è religione seria e duratura. Arriva un punto in cui ciò che credevamo saziante ci lascia sbadigliare d’inedia; ciò che ci incantava col suo splendore, ci delude come il brillio dei lustrini su un abito di poco prezzo; ciò che sembrava così appetitoso, diventa insipido come un turacciolo. Ci rendiamo conto allora della scena di questo mondo: tutto è dipinto, tutto è di cartapesta, tutto è vanità. Ma l’uomo che tende sempre a essere schizzinoso con Dio e col suo banchetto, diventa poi arrendevole e di buona bocca di fronte alle cose. Questo perché l’uomo è nato per servire Dio e regnare sull’universo: se rifiuta il servizio, perde anche il regno. Le creature gli si ribellano quasi a punire la sua supponenza. Ma le cose, aggredite da una tecnica senza amore e senza sapienza, sembrano cedere alla furia devastatrice, ma alla fine trovano sempre il modo di vendicarsi. Alla fine si scopre che il mondo senza Dio si chiama desolazione. E l’uomo, privato del tesoro gratuito della divina amicizia, è menomato anche nelle sue possibilità naturali. C'è nell’uomo, se si rinchiude in se stesso e non accoglie nessuna grazia sanante, uno squilibrio radicale e come un impoverimento del suo essere; sicché con tutte le aspirazioni a elevarsi sopra di sé, in realtà non si mantiene neppure alla statura che dovrebbe essere la sua; non riesce a fare quello che deve, né a capire quello che sa, né a volere quello che vuole, né a essere quello che è. La storia di Pinocchio è esemplare: “seguitava a dormire e a russare come se i suoi piedi fossero quelli di un altro. C'è chi pensa che la salvezza possa venire dalle idee; c'è chi pensa che la salvezza possa venire dalle azioni; tutte le rivoluzioni – che in definitiva lacerano i tessuti sociali e non cambiano molto – sono ispirate a questi principi, inadeguati senza essere totalmente erronei. La sola vera rivoluzione, quella di Dio, è diversamente fondata: la salvezza si gioca sul piano dell’essere (Biffi).
In breve, spiega Nembrini, la disobbedienza delle origini capovolge la stessa ricerca della verità e della giustizia:
La pretesa degli uomini di far giustizia ha senso soltanto se c'è davvero una Giustizia con la G maiuscola… Perché se non c'è una Verità, è tutto uguale. “Se Dio non esiste – scrive Dostoevskij – tutto è permesso”.
Il secondo risultato della ribellione è che lontano dal Padre arrivano i padroni, e così si perverte il senso dell’autorità, che invece di essere liberante diventa dispotica. Bisogna saperlo, se si vuole affrontare bene il compito educativo (insofferenza all’autorità) e il compito politico (sudditanza all’autorità):
Poiché proviene da Dio, nell’autorità si può sempre venerare la volontà del Creatore. Ma originata com’è dal peccato, porta inevitabilmente nella sua costituzione e nel suo esercizio le tracce dell'esistenza contaminata. C'è dunque in ogni potere mondano un'essenziale ambiguità che non potrà mai essere risolta fino alla fine dei tempi. Gli Erodi, il Sinedrio, Ponzio Pilato, e tutti i loro legittimi continuatori, cercarono sempre di soffocare la Parola di Dio e di spegnere l’iniziativa del Padre. La Chiesa non deve mai aspettarsi niente di vantaggioso dai poteri mondani: ogni calcolo in questa direzione è destinato a essere impietosamente smentito. Per quanto sta in lei, manifesterà le sue preferenze per uno stato che sia autenticamente e sanamente laico, cioè che, pur difendendo i valori evidenti primari della convivenza umana, non si lega a nessuna fede, a nessuna particolare cultura, a nessuna ideologia. L'onestà e imparziale laicità è solo un modo che lo stato ha di non scegliere quasi sicuramente la parte sbagliata. Quanto ai credenti, tanto la guerra aperta quanto l'esplicita approvazione costringerebbe la Chiesa a porsi su un piano che non è il suo. Intanto continuiamo a credere che dove c'è la fede lì c'è la libertà, che soltanto nell'ortodossia ci si salva dai fanatismi e dall'esaltazione bigotta senza cadere nello scetticismo arido e sconsolato (Biffi)
Di fatto, in Pinocchio si vede bene – nell’imprigionamento di Geppetto, poi di Pinocchio, e nell’Osteria del Gambero rosso (il gambero cammina al contrario) – la perversione del male e il mondo capovolto, soprattutto per il fatto che il mondo ama ciò che è suo, e perciò il male non sopporta il bene:
Il ladro è offeso dalla condotta dell’uomo onesto. Il lussurioso inconsciamente si sente insultato da chi vive nella castità. L’egoista pensa che chi consacra la vita al servizio degli altri ce l’abbia con lui. La virtù è offensiva e i suoi spettacoli, anche se involontari, sono torti che di solito non si perdonano (Biffi).
Non è facile vivere all'altezza del proprio desiderio. C'è come una forza misteriosa, e la Bibbia chiama “peccato originale”, Freud “impulso di morte” – si può dire in tanti modi – che ci mette contro noi stessi che ci induce a cedere, a rallentare. Per vincerla, bisogna scegliere la compagnia giusta. Qui Collodi spiega chiaramente perché le cattive compagnie vogliono ridurci a essere come loro: perché uno diverso disturba. Perché “gli scolari che studiano, fanno sempre scomparire quelli, come noi, che non hanno voglia di studiare. E noi non vogliamo scomparire! Anche noi abbiamo il nostro amor proprio!”. Se uno studia con serietà, lavora con impegno, cerca di vivere all'altezza del proprio desiderio, puntando in alto, senza ridursi, è un fastidio, una spina nel fianco. “Chi si pone, si oppone”, diceva un celebre slogan del maggio francese: se uno sta al mondo con tutta la sua statura umana, inevitabilmente diventa segno di contraddizione. (Nembrini)
Il male interiore e il male esteriore
Alle contraddizioni interiori si aggiungono le aggressioni esteriori. In Pinocchio ci sono le figure ingannevoli, tanto seducenti quanto spietate: ci sono la Volpe e il Gatto, c'è Lucignolo, c'è l'Omino burroso: tutte figure che mirano a compromettere la trasformazione di Pinocchio da burattino a bambino, a impedire la nostra divinizzazione, la nostra maturazione di figli di Dio. Tutte queste figure rappresentano la dinamica del male che si traveste da bene: si presentano gentili e promettono la moltiplicazione delle ricchezze (Volpe e Gatto), sono amichevoli e promettono la liberazione dalle fatiche (Lucignolo), appaiono affabili e prospettano un mondo di godimenti (Omino burroso), ma poi ci tolgono le cose, ci spogliano di dignità, e, in fin dei conti, ci uccidono.
Sulla strada di casa ci sono anche la Volpe e il Gatto, in agguato. Sono i malvagi, la sollecitudine al male che ci viene dal mondo esteriore, perché finora Pinocchio aveva trovato il male solo dentro di sé, nel gusto di ribellarsi e di evadere, nel suo cuore capriccioso e incostante, nella volontà che pur desiderando il bene alla fine inclinava sempre verso la scelta peggiore. Ma in male c'è anche fuori di noi: al primo incontro il burattino ne è affascinato (Biffi)
- Più da vicino, nella Volpe e nel Gatto si vede appunto che il male si traveste da bene e si presenta persuasivo attraverso l’insistenza, non attraverso l’intelligenza, attraverso la propaganda, non attraverso la ragione:
Si scopre che la volpe non è affatto zoppa e il Gatto non è affatto cieco. Perché il male spesso si presenta travestito da sventura o da sfortuna? Si presenta così per attirare la simpatia o la generosità o la compassione. Perché forse rischiamo di identificare la sventura o la povertà con il bene e l’inverso necessariamente con il male. Come se un povero fosse per definizione buono e un ricco deve essere per forza essere cattivo. La realtà è più complessa: si può essere molto poveri e molto cattivi, o molto ricchi e molto buoni (Nembrini)
La volpe e il gatto dimostrano bisognosi, salutano garbatamente, dicono di conoscere il padre, danno buoni consigli e si mostrano generosi. Il gatto riprende le frasi della volpe. È istruttivo: più che comprovare le sentenze con argomentazioni, che è arte faticosa e piena di rischi, preferiscono persuadere con insistenza martellante degli enunciati (Biffi).
- In Lucignolo – evidente il riferimento a Lucifero, letteralmente “portatore di luce” – si evidenza la subdola dinamica della tentazione: 1. il maligno non contesta direttamente Dio e il bene, ma ci porta lontano da Dio e ci fa decidere male; 2. da parte nostra, siamo pieni di buoni propositi, ma resta sempre una certa inclinazione al male.
L’incontro con Lucignolo è la scena della grande tentazione, dove con molta finezza si analizzano le contraddizioni della libertà esistenziale: si conoscono le strade della giustizia e con sincerità si vuole decidere per il bene; eppure la scelta cade sempre sull’ingiustizia e sul male. L’uomo si sorprende spesso a invidiare al tempo stesso l’angelo e l’animale; è conteso da opposte tensioni – verso la divinizzazione e verso l’imbestiamento – in un contrasto di aspirazioni che eccede la sua misura e lo travolge… L’uomo, che nella ribellione fa l’assurda esperienza di sentirsi più forte di Dio e della sua legge, scopre insieme che il male è più forte di lui e ciò che gli pareva esaltante affermazione di sé, è soltanto debolezza, cedimento, sconfitta. La vera libertà è conquistata quando avviene il passaggio a una natura superiore nella vita di grazia e poi, in modo definitivo, nella vita di gloria. Superando se stesso, l’uomo riesce a essere davvero quello che è. L’uomo è veramente uomo non quando si limita a essere uomo, ma quando è più che uomo; quando, conformandosi al Figlio di Dio che si è fatto nostro fratello, senza rinunciare a niente di quanto è autenticamente umano comincia a partecipare alla natura divina (Biffi).
Il dialogo fra Pinocchio e Lucignolo poi è un vero capolavoro di penetrazione psicologica. Dentro infatti c'è tutta la dinamica in cui ci giustifichiamo quando in fondo abbiamo già deciso, ma, siccome non vogliamo ammetterlo neanche con noi stessi, la decisione di fare ciò che sappiamo essere male è pian piano travestita di bene, di giustificazioni. Perché Pinocchio in cuor suo ha già deciso fin dall'inizio: quando gli viene raccontato come si passano le giornate nel paese dei balocchi, percepiamo subito che con il cuore è già là. Di segni c'è ne sono. “No, no, no e poi no”: ah, quanto sarebbe stato più serio un bel no secco. Quattro no sono troppi. Se uno comincia a dire no no no e poi no, vuol dire che sta già cercando di convincere se stesso, che la resa è vicina. E poi abbiamo per ben 5 volte addio a Lucignolo, ma ogni volta torna sui suoi passi, pone a Lucignolo una nuova domanda, sui compagni di viaggio, sul carro, sul paese. Fino al punto culminante, quando si ripete a parti invertite lo scambio di battute Iniziale: “e se la fata ti grida?” dice Lucignolo. Ma Pinocchio risponde con le parole dell'altro: “la lascerò gridare quando avrà gridato ben bene, si chiederà” (Nembrini)
Occorre anche tener conto che non c'è il male allo stato puro, ma c'è un bene parziale, e che noi facciamo il male pensando di fare il bene (Tommaso: facciamo il male sub specie boni). In altre parole, il maligno e le sue filiali ci portano a identificare la felicità con la facilità.
La promessa del paese dei balocchi è obiettivamente accattivante: si sta bene, non si lavora, ci si diverte, si gioca, niente libri, niente maestri. È come se Lucignolo promettesse: “se dici di no a qualsiasi tipo di responsabilità di sacrificio e di lavoro sarai più libero. Li sarai veramente te stesso, li potrai essere contento”. La Fata invece, il Grillo parlante, la parte vera dell'uomo, suggeriscono che la convenienza suprema è una capacità di lavoro, un'assunzione di responsabilità. Tutto il Vangelo è costruito su questo principio: bisogna che il seme muoia se vuole dare il frutto, chi perde trova, chi lascia avrà il centuplo. Qual è in fondo, la seduzione del demonio? La promessa di regalarti la felicità senza fatica, senza dover dare niente in cambio. Ma non è vero: in cambio, il diavolo si prende la tua anima. Che non vuol dire che quando muori vai all'inferno: che il diavolo ti ruba l'anima vuol dire che ti porta via, qui, ora, la possibilità di vivere nella verità (Nembrini)
E poi il maligno ci fa apparire grandiose le figure del male, segno della nostra affezione al male. Si ricordi l’insegnamento di san Francesco di Sales: liberarsi dai peccati mortali, poi da quelli veniali, e infine dall’attaccamento al peccato.
“Anima grande”, dice Pinocchio ancora a Lucignolo morente: è proprio il rovesciamento della realtà: da un lato, siccome l'istinto è soddisfatto pensi di essere contento; dall'altro, i falsi amici sono presi per veri, e viceversa punto che è esattamente perché succede con i nostri ragazzi: tutti si chiamano tra loro “fra”, tutti si battono il 5; ma poi tutti crepano di solitudine, tutti sono complici della discesa di tutti agli inferi della disperazione (Nembrini)
In negativo, i 5 mesi nel Paese dei balocchi è simbolicamente molto significativo: sono il tempo che passa dalla tentazione, alla caduta, al vizio, al degrado, alla morte… senza che venga meno l’anelito al cielo, anche se sentito ed espresso in malo modo:
Perché 5 mesi a fare questa vita? L'unica spiegazione è una riflessione che fa perfino paura: perché se è vero che Dio non vuole salvarti senza di te, è vero anche l'inverso. Anche l'Omino non può dannarti, perderti, senza di te. In quei 5 mesi Lucignolo e Pinocchio costruiscono il proprio inferno. Sono loro che a un certo punto, per avere scelto ogni giorno, ogni ora, ogni momento il male, finiscono per identificarsi. Quello che poteva essere un errore, anche ripetuto più volte ma sempre riconosciuto e perdonato, se non è più riconosciuto perdonato diventa vizio, cioè entra a far parte della struttura della persona. È per questo che, a un certo punto, si trovano trasformati in asini. L'inferno infatti non è la punizione che un Dio cattivo si diverte a infliggere a quelli che non hanno voluto piegarsi alle sue regole arbitrarie, come una certa immagine del cristianesimo vorrebbe farci ci credere; è che tu, a furia di seguire solo l'istinto, cioè di comportarti da bestia, diventi proprio una bestia (Nembrini).
Quando Pinocchio diventa un asino Collodi in fila una delle sue invenzioni più straordinarie. Pinocchio è un asino, tutto addobbato di nastri e fiocchetti: una bestia umana, un essere decaduto dalla sua condizione che cerca in qualche modo di recuperarla assumendone nelle decorazioni esteriori. E, con grande fatica, fa quelle cose che per un uomo sarebbero normali: cammina, salta, corre. E tutti ridono: ridono di lui, ridono dell'essere umano ridotto a bestia che cerca faticosamente di imitare i tratti umani che ha perduto. Ma ecco qui l'invenzione straordinaria. Alla vista della fata Pinocchio preso dall'entusiasmo per la presenza di lei lancia il suo grido: “oh fatina mia! Oh fatina mia!” Ma invece di queste parole, gli uscì dalla gola un raglio così sonoro e prolungato, che fece ridere tutti gli spettatori. Invenzione straordinaria, perché fotografa con un'immagine strepitosa la situazione di tanti nostri ragazzi. Che cosa infatti sono i nostri ragazzi, se non tanti pinocchi in cerca della loro umanità, in mezzo a un mondo che fa di tutto per ridurli a bestie ricoperte di nastrini? E quando vedono un lampo di luce turchina, uno spiraglio di cielo, qualcosa di bello, che cosa fanno? Gridanovirgolaimplorano.se nonché non sono capaci. Non sono capaci di articolare un suono davvero umano. Che cosa sono i fatti tutti i loro gesti scomposti, i loro atti eccessivi, le loro sfide sgraziate, se non quel raglio dell'asino? Ma l'adulto, l'educatore, l'adulto vero è quello che sa riconoscere, nel raglio dell'asino, il grido dell'anima. Ecco, il raglio dell'asino di Collodi e questo: è la voce di tutti i ragazzi che gridano al cielo un bisogno infinito, in modo disgraziati e sforzati e sbagliati; tocca a noi saper leggere, saper interpretare, saper raccogliere. E tocca a noi provare, per come siamo capaci, a proporre loro di fare un pezzo di strada insieme (Nembrini).
- E poi c’è l’Omino burroso, colui che porta i ragazzi alla perdizione prospettando il Paese dei balocchi come godimento illimitato, come assenza di fatica e assenza di regole. È figura di Satana. Collodi ne coglie parecchi tratti: la falsa amabilità e un’operosità che vorrebbe superare quella di Dio. Biffi interpreta molto bene, e fa capire molte cose del nostro tempo: Dio opera e fa operare, ma sa riposare e fa riposare, mentre il demonio opera sempre e fa operare sempre. risultato: ci sfinisce!
Il demonio, che vuole essere l'anti-Dio, scimmiotta le prerogative del Creatore. Soprattutto cerca di plagiare nelle sue iniziative la divina accondiscendenza e la divina filantropia, sicché gli riesce spesso di ammaliare i nostri cuori e di legarli a sé. Sotto questo profilo la figurazione diabolica che incontriamo nel nostro libro è tra le più alte imprese del pensiero teologico: “un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino da melarosa, un bocchino che rideva sempre una voce sottile e carezzevole, come quella di un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa”. Il demonio poi sembra prefiggersi non solo di imitare, ma di superare la divina operosità. Dio è sempre all'opera, ma almeno di lui una volta si legge che si è riposato. L'avversario invece è insonne ed è divorato da un'attività senza pausa: “tutti la notte dormono e io non dormo mai”. A somiglianza di Dio, pare anche rispettoso della libera decisione della creatura. Non si impone ma si propone, non costringe ma persuade. L'esaltazione dell'assoluta libertà dell'uomo e anzi diventata una delle forme più aggiornate del suo Vangelo. “Vietato vietare” e stato scritto sui nostri muri non senza suo suggerimento ed è stato letto con ammirato consenso da tutti i candidati alla condizione asinina. Altri il paese dei balocchi, cui si arriva sotto la guida dell'Omino, è una specie di paradiso: il plagio continua. I ragazzi vi trovano uno stato che è in fondo di felicità, sia pure superficiale provvisorio. Del resto, il piacere è sempre un inizio, autentico e per sé buono, della felicità; ne diventa la caricatura quando intende offrirsi come l'unica è perfetta ragione di gioia.
“Al passo!... Al trotto!... Al galoppo!...” Gli ordini sono secchi e implacabili. La rincorsa alla libertà senza limiti – e perciò senza contenuti – si conclude nell'asservimento. Chi, per orrore della sapienza o per voluttà di vivere secondo il capriccio si fa somaro, una frusta presto o tardi la trova. Allora, chi è rifuggito dalla verità va a indottrinasi nelle ideologie; chi si è ribellato alla disciplina salvifica è costretto alla soggezione immotivata; chi ha rifiutato la lotta quotidiana per restare fedele, viene dall’autorità arruolato sotto estranee bandiere; chi cerca una libertà diversa da quella che ci viene dall'unico liberatore, difficilmente si sottrae al destino di credere, obbedire, combattere. Se ci si rifiuta di obbedire al Padre, alla fine si obbedisce a un domatore (Biffi)
Il combattimento spirituale
Nella nostra attuale condizione, il Pinocchio che poi siamo noi comprende che non si può evitare il combattimento spirituale. E qui il punto sottolineato da Collodi (come da don Bosco!), è la fermezza dei propositi, da vivere non come sforzo volontaristico, ma come fedeltà grata a ciò che è bene e ci fa bene.
In questo, la prima cosa è il riconoscimento sincero delle nostre razionalizzazioni, delle scuse che prendiamo per non cambiare. È così perché – Collodi lo fa dire a Pinocchio – “egli è che noi ragazzi siamo tutti così. Abbiamo più paura delle medicine che del male”. Qui è bene ricordare l’espressione di Chesterton: “ricordatevi che la Chiesa sembra non permettervi niente ma vi perdona tutto. Il mondo vi permette tutto, ma non perdona niente”. Fra i possibili esempi di quando “ce la contiamo e ce la cantiamo” presi da quel “campione” che è Pinocchio,
- Il primo è il rimandare:
Al primo bivio serio della vita Pinocchio non ce la fa: sente un suono di pifferi, e lo segue… che è esattamente il modo con cui tutti rischiamo di rendere inutile, sterile, anche il desiderio buono che abbiamo e che pure riconosciamo: far finta di desiderare davvero ma rimandando a domani. Il modo più normale con cui si manifesta la nostra vigliaccheria non è la negazione della verità: è rimandarla a domani. È la grande alternativa della libertà. Se nella fedeltà alla nostra natura abbiamo il coraggio di stare di fronte a una situazione che esige una fatica, un sacrificio, un’obbedienza; oppure se, spaventati dalla fatica e dal sacrifico, preferiamo accontentarci di quel che l’istinto suggerisce. Più obbedisci alla realtà, alle condizioni che la realtà ti mette davanti, e più sei libero (Biffi).
- Il secondo è il dire bugie. Quando la Fata dice a Pinocchio che “le bugie hanno o le gambe corte o il naso lungo”, e le seconde sono le peggiori, sono quelle che falsificano la nostra identità profonda, che non ci fanno riconoscere il nostro bene e soprattutto il nostro male.
intende dire che le bugie deformano. Una menzogna infatti deforma la realtà, cerca di darle una forma diversa da quella che ha. Ma non solo. Le bugie deformano anche, soprattutto chi le dice (Nembrini).
La fata spiega il fenomeno delle gambe e del naso in modo semplice, ma non chiarissimo: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo. Devono essere bugie dalle gambe corte quelle che Pinocchio inventa per sottrarsi a una qualche punizione. Ma in nessun frangente a Pinocchio cresce il naso e ciò lascia legittimamente supporre che si tratti di bugie dalle gambe corte. Bugie di questo tipo non sono propriamente fraudolente; in qualche misura ne dicono tutti, ma forse le personalità narcisistiche ne dicono di più, perché vogliono dare un’immagine di sé accettata, approvata, giustificata, compatibile con le aspettative dell’altro. Tra la gente comune sono frequenti, ma la storia di Pinocchio dice che hanno le gambe corte. Si può immaginare che non portino lontano. Nella storia del burattino le bugie che hanno il naso lungo sono soltanto due. La prima si verifica dopo che la Fata ha salvato Pinocchio dall’impiccagione e quando Pinocchio cerca di passare per bravo ragazzo dopo la rissa e la morte di Eugenio. In questi episodi è evidente che la bugia dal naso lungo riguarda la natura profonda, caratterizzante di Pinocchio. Per quanto egli si sforzi di mostrarsi obbediente e pieno di voglia di studiare, nell’intimo rimane un disobbediente e uno svogliato; il suo spirito ribelle e incontenibile fa insistentemente capolino tra gli sforzi per adattarsi alle richieste educative e per assoggettarsi alle pressioni collettive (Widmann).
- Quando invece c'è un sincero pentimento, la morte è superata e la vita rifiorisce. Tanto che ci si può convertire perfino in punto di morte!
Pinocchio, sentendosi dire la verità, sentendosi rinfacciare le proprie disubbidienze, le proprie malefatte, si ridesta. E almeno per un momento, in un istante di sincerità, Pinocchio prova un vero dolore. Si mette a piangere. Cosa assai impopolare da richiamare, ma è così: non c'è novità possibile, non c'è inizio vero se non si comincia da questa lealtà, dal riconoscimento della nostra debolezza, della nostra incapacità di essere all’altezza dei nostri desideri (Nembrini).
Ecco gli elementi di un vero pentimento:
Il rammarico per la propria condizione, fondato tanto sull’amore del Padre (“mi struggo di fargli mille ebbrezze e di finirlo dai baci”) quanto sulla riflessione, non molto kantiana ma perfettamente cattolica, che la colpa è da evitare anche perché in essa non c'è tornaconto (“i ragazzi, a essere disobbedienti, ci scapitano sempre”); il riconoscimento di essere la fonte dei propri guai (“io sono un burattino testardo e piccoso”); il proponimento di cambiare vita; la consapevolezza della dimensione ecclesiale sia del peccato sia della remissione (“la Fata mi perdonerà la brutta azione che le ho fatto?”). C'è anche – ed è osservazione di fine psicologia – l’incertezza sulle intenzioni del Padre e l’ansia di essere rassicurato sulla sua volontà di perdono (“E il mio babbo mi avrà aspettato? Ce lo troverà a casa della Fata?”). Certo che ti ha aspettato, povero Pinocchio! Dall’ora della tua partenza non ha più mancato di esplorare ogni giorno con lo sguardo i deserti orizzontali, nella speranza di scorgere le tua ombra allungata contro la luce (“lo vide il padre, mentre era ancora lontano, e ne ebbe pietà”, Lc 15). Certo che lo troverai a casa della Fata. Anche se saranno in molti a dirti che ormai quella casa è vuota senz’anima, proprio lì c'è la Presenza che il tuo cuore di incorreggibile vagabondo non ha mai cessato di desiderare (Biffi).
- Di fronte alla debolezza che ci inclina a cedere, la prima cura è riprendere fiducia e dare fiducia ai nostri figli nonostante tutto:
Tutti nella vita, facciamo così: appena abbiamo scampato un pericolo, facciamo una tonnellata di buoni propositi: non farò più questo, farò quest’altro… e come Pinocchio non li manteniamo mai. Geppetto sa bene come le buone intenzioni di Pinocchio siano fragili; però rischia. Decide di rischiare, come sempre è necessario fare nei rapporti: rischia scommettendo non sulla sincerità delle parole o delle intenzioni, ma sulla sincerità del bisogno che pinocchio ha di diventare grande, perciò sul suo cuore. L’unico modo per aiutare davvero i figli è dar loro fiducia prima che la meritino, nella certezza che la meriteranno (Nembrini).
- L’altra cura è quella di puntare agli atti, non fermarsi a pensieri e sentimenti:
La ragione è la capacità che l'uomo ha di stare davanti alle cose per quello che sono, di star davanti alla realtà per quel che è, di essere in un rapporto corretto con la realtà. Ai ragazzi a scuola facevo questo esempio: “la vostra ragione è come la Ferrari, avete un motore potentissimo. Ma se l'auto non ha l'albero di trasmissione, cioè se la potenza del motore non è collegata alle ruote, hai voglia di accelerare, la macchina sta ferma. Voi siete così: avete la testa a volte che sembra andare velocissima, immagini, pensieri, idee, ma senza nesso con la realtà. e così vi bruciate il cervello come si brucia il motore, perché a forza di pigiare sull'acceleratore, se la macchina sta ferma succede o che il motore si brucia o finisce la benzina. In tutti e due casi non va bene. Il cervello, cioè il motore, è fatto per muovere la macchina; e la macchina si muove, se il pilota è intelligente, seguendo che cosa? Seguendo la realtà. Se la strada è in salita ti tocca metterla prima, se cerchi di andare in quinta ti fermi e se c'è una curva bisogna girare sennò vai contro il muro… E invece c'hanno insegnato che la ragione sono i nostri pensieri che giocano tra di loro, che si autoalimentano. Per dirla con il grande Chesterton: “il pazzo non è l'uomo che ha perduto la ragione, ma l'uomo che ha perduto tutto fuorché la ragione” (Nembrini).
- In definitiva, la cura migliore è l’operosità, perché la vita umana è amore e lavoro, amore che lavora, lavoro fatto per amore.
Siamo alle solite. Pinocchio sogna una vita senza fatica, che è una sciocchezza, perché siamo nati per lavorare: per costruire, per creare, a immagine e somiglianza dell’opera di Dio. perché è solo nel lavoro, solo mettendosi all’0opera per costruire qualche cosa, per sé e per gli altri, che uno capisce chi è, scopre i propri talenti, valorizza le proprie capacità. Come scrive Giovanni Paolo II: il lavoro è un bene dell’uomo perché mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso, diventa più uomo”. Si tratta di evidenze originarie, e infatti il Grillo parlante – la voce del cuore – lo aveva detto fin dall’inizio. Pinocchio però si ostina a negarle, a partire da un’altra immagine. “io non sono nato per lavorare”. Per fortuna c'è la realtà che lo riporta alla verità delle cose: la realtà di sé, la fame che lo tormenta, la fame che lo obbliga a uscire da sé e a chiedere. E c'è la realtà intorno a lui, che gli butta in faccia che il suo modo di cercare di soddisfare la fame è inadeguato, non è umano (Nembrini).
L’altra faccia della medaglia
Non c'è solo il male interiore e il male esteriore. Molte vite partono male e vivono male, sono prive di gioia e gonfie di dolore, perché mancano madri e padri. Widmann mostra in maniera impressionante come mai Pinocchio è così ingenuamente narcisista:
La dea Kore non è priva di relazione con la Bambina di Pinocchio. Giovane e bella, innocente e ingenua, Kore è una ragazzina archetipica che, mentre coglie fior da fiore, viene attratta da un narciso di incredibile bellezza: si avvicina per coglierlo e in quel momento la terra si apre. Ade emerge dagli inferi e la trascina con sé nel suo regno di morti. Kore significa ragazzina, così come Bambina significa bambina; entrambe sono figura senza nome proprio e senza identità precisa, avvolte in una bellezza delicata e fatua, si muovono con candore e ingenuità, volteggiano lievi nelle aure del narcisismo e sono accompagnate da inattese irruenze di morte. Graziosamente giovanili ed esteticamente affascinanti, appartengono alla primavera della vita, ma della vita non governano la potenza; danzano entro le volute dell’esistenza, ma non imprimono incisività alla presenza.
Kore e Bambina incarnano un archetipo adolescenziale e giovanile che esalta la femminilità più che la maternità, valorizza l’immagine di sé e la ricerca di riconoscimento, sviluppa la capacità di farsi apprezzare e accende la sete di esperienze. Rutilanti dei colori del narciso, inebriate dal profumo della primavera, Kore e Bambina sono strutturalmente sorelle più che madri, partner di esuberanza accrescitiva più che iniziatrici alla crescita; ai figli offrono condivisione, essendo inadatte all’accudimento. La parità di ruoli, però, sottende spesso un’inversione di ruoli. La figlia che raccoglie le confidenze della madre diventa facilmente una figlia che consola la madre; il figlio che va al concerto con la mamma diventa, di fatto, colui che argina la sua solitudine. C’è qualcosa di innaturale in una madre-sorellina, che accusa i colpi mortali della separazione anziché proteggere il figlio dai traumi della perdita; c’è qualcosa di innaturale in un figlio che deve tutelare la vulnerabilità affettiva di una mamma-sorellina, anziché essere tutelato dalle amarezze affettiva da una madre, vera. Nell’immagine della Sorellina morte l’archetipo materno si rivela parziale e difettivo. Non costella più il potere di vita che la Fata mostra di avere quando sottrae Pinocchio alla morte. E l’io che fuoriesce dal dominio materno senza averne sperimentato reiteratamente e per esteso l’accoglienza e il rigetto, l’attaccamento e la separazione, non è il frutto di una matura consapevolezza, ma di un’illusoria grandezza.
La storia di Pinocchio mostra che il narcisismo cresce nell’area del complesso materno e che il complesso materno può organizzarsi sia attorno a uno zuccheroso eccesso di mamma sia attorno a un nostalgico difetto di mamma. Ad accogliere la fame di Pinocchio non c'è nemmeno un padre, che provveda al pane quotidiano sia pure nei modi riduttivi del breadwinner. Così Pinocchio non possiede capacità di adattamento: non mangia frutta che non sia sbucciata, il torsolo, poi, non lo vuole davvero; ma dopo aver mangiate, o per meglio dire, divorate le tre pere, finisce per spolverare in un soffio tutte le bucce e anche i torsoli. Inizia il suo lungo training per imparare a sopportare la frustrazione. Dopo di allora andrà sempre a finire così: per assaporare qualcosa di buono, dovrà ingoiare qualcosa di amaro; per accedere alla gratificazione, dovrà passare attraverso la frustrazione. L’ambito della fame è il campo esperienziale in cui Pinocchio apprende a reggere la frustrazione, a controllare il piacere, ad adeguarsi alla realtà.
Pinocchio è senza padre e senza madre, e ciò rende complesso il costellarsi tanto del maschile quanto del femminile. Ad accogliere la fame di Pinocchio non c'è una mamma con i seni gonfi di latte, ma la Grande Assenza di una madre smorta o francamente morta, sulla cui tomba la fame si intreccia con la solitudine in un dolore devastante. È prematuramente costretto a essere figlio di se stesso e in ciò sta la sua eccezionalità individuativa, in ciò il suo sbilanciamento narcisistico.
Lasciamo alla lettura personale l’illustrazione dei tratti fondamentali della personalità narcisistica, che fondamentalmente significa sé grandioso e io fragile, immagine esaltata, identità dimessa.
Kernberg dà un quadro incisivamente sintetico di una sindrome particolarmente articolata, quando scrive che il disturbo narcisistico individua persone che presentano un bisogno d’essere amate e ammirate in grado inconsueto, una curiosa contraddizione tra un concetto molto elevato di sé e una sproporzionata esigenza di conferme esterne, una vita emotiva superficiale e scarsa empatia per i sentimenti degli altri, la tendenza a idealizzare persone da cui si aspettano un rifornimento narcisistico e a disprezzare o svalutare quelle da cui non si aspettano niente, una maschera non di rado attraente, dietro cui si avverte freddezza e durezza, la tendenza a usare o sfruttare gli altri senza alcun senso di colpa fino a instaurare rapporti parassitari, quasi che usare gli altri sia un diritto, e un bisogno di riconoscimento che può sembrare dipendenza, mentre l’incapacità di dipendere da chicchessia è totale.
Nel polo inferiore del narcisismo ci sta l’essere irreprensibile, inappuntabile, ineccepibile che sottrae al confronto. Nel desiderio di essere eccellente, il carattere narcisistico evita gare, concorsi, agonismi; vuole essere ammirato, ma non si espone al rischio di essere deplorato. Società pervase di narcisismo possono perfino abolire al loro interno i criteri della meritocrazia e avallare una generalizzata equiparazione, dove nessuno è mai sconfitto.
Nel polo superiore il sé grandioso si veste di imponenza. Può inseguire il cognome altisonante o il titolo roboante, la carica di prestigio o il ruolo di potere, la remunerazione stratosferica o l’incarico unicamente onorifico: tutto ciò che coltiva ha per denominatore comune l’ammirazione.
Tra il polo inferiore e quello superiore si collocano impostazioni esistenziali di ordinaria grandiosità e di facile riscontro: lo sfoggio pretenzioso di una cultura orecchiata, l’eleganza sobria della persona distinta, l’affidabilità a tutta prova della persona competente, la generosità incondizionata della persona disponibile. Il sé grandioso impone di essere all’altezza di ogni situazione, di non essere mai colto in fallo, di dissimulare vuoti di conoscenza, lacune nella competenza, cedimenti di prestazione. Il desiderio di emergere non viene espresso informe dirette, ma conseguito come effetto collaterale di personali abilità e competenze. Il fondamentale bisogno di ammirazione e apprezzamento viene convogliato entro atteggiamenti di disponibilità, flessibilità, accondiscendenza, che assicurano un costante rifornimento narcisistico.
Colpisce, nel disturbo narcisistico, la rapidità di alternanza e la profondità della discrepanza tra percezione grandiosa e percezione miserevole di sé. E come la percezione grandiosa impronta atteggiamenti di esibizione e ostentazione, quella miserevole impronta timidezza, ritrosia, inibizione. Il sé grandioso cattura lo sguardo dell’altro nella speranza di leggervi conferma e approvazione; il sé miserabile evita lo sguardo nella certezza di trovarvi riprovazione e disprezzo.
Pinocchio ha una precoce e acuta intuizione della propria singolarità e la esprime in forme poco credibili e disadattive. La grandiosità è figlia bastarda dell'essenza individuativa. Attinge alla potenza dell'archetipo individuativo per colorare di onnipotenza fantasie, convinzioni e condotte dell'io. Pinocchio sviluppa una fantasia di potenza pressoché pura nella notte degli assassini, quando si ritrova solo nel buio dell'inconscio, inseguito dagli anatemi del Grillo parlante (“che il cielo ti salvi dalla guazza e dagli assassini!”), e da angosce persecutorie che agitano ombre cupe nella notte nera delle notti della coscienza. A tacitare le sue paure e la sua debolezza, interviene una fantasia grandiosa e millantatrice, che inventa un'immagine di sé intrepida e altera, che ostenta il narcisismo fallico della strafottenza, la forza apparente dell'inflazione psichica, un vantata autosufficienza È solo autosuggestione. Con questa fantasia Pinocchio cerca manifestamente di negare le proprie paure e la propria debolezza. Il sé grandioso è il volto ostentato e magnificato di un io impaurito e fragile: riveste di onnipotenza fittizia la realtà dell'individuo. Esame di realtà e consapevolezza dei propri limiti sono categorie che difettano a lungo nella configurazione psichica di Pinocchio e in ogni organizzazione narcisistica. È esemplificativa la fantasia che Pinocchio sviluppa il primo giorno di scuola, che è il secondo di vita: “oggi voglio subito imparare a leggere, domani poi imparerò a scrivere, e domani l'altro imparerò a fare i numeri”. Ma poi manca puntualmente ognuno di questi propositi e si dimostra sistematicamente inaffidabile non perché falso e mistificatorio, sleale o manipolatorio, ma perché fluttua in una percezione di sé dilatata e irreale. La sua inaffidabilità affonda nello scarto tra un sè grandioso e un io lacunoso.
Nel vederlo abbandonare Fata e buoni propositi, avviandosi al Paese dei balocchi, è lecito pensare che sia un burattino senza giudizio e senza cuore. Eppure, alla fine delle sue peripezie, quando la Fata giace nel letto di un ospedale, mostrerà una sollecitudine che non gli viene imposta da nessuno, una capacità di ob-audire che non necessita di ordini. Pinocchio ha ragione quando mente: la grandiosità del burattino è falsa, ma la grandezza dell'individuo è vera. La distanza tra grandezza potenziale e grandiosità fittizia si consuma l'ombra di un prolungato predominio del principio di piacere. Quanto è esplicito nel professare il principio di piacere, altrettanto Pinocchio è chiaro nello scagliarsi contro quello di realtà con il tono egualmente perentorio del proclama esistenziale: “io non sono nato per lavorare; io non voglio fare né arti né mestieri”. E la ragione è la più semplice del mondo: “non voglio durar fatica”. L'avversione per la realtà e le sue regole ha al proprio fondamento Il rifiuto della frustrazione: il principio di realtà, difatti, implica fatica, rinuncia, insoddisfazione, mentre il principio di piacere è appagamento, soddisfazione, gratificazione. Di fondo, Pinocchio mostra l'incapacità di reggere la frustrazione tipica dell'organizzazione narcisistica e un irriflessivo slancio ad agire senza un'adeguata riflessione. Un io narcisisticamente compiaciuto di sé e arroccato nella propria visione del mondo è incapace di apprendere dall'esperienza, non mette in discussione le sue convinzioni, non lascia che i dati di realtà contaminino le sue rappresentazioni personali, non concede che l'evidenza sporchi la pulizia delle sue costruzioni mentali. D'altra parte, il principio di realtà non può essere integrato senza affrancarsi dal principio del piacere. Solo dopo aver soggiornato in entrambi, solo nell'ultimo capitolo del suo percorso trasmutativo, Pinocchio mostra di essersi sottratto all'egemonia del piacere e di non sottrarsi del tutto alla presa del reale.
L’assetto narcisistico non consente la formazione di una coscienza morale né per effetto di pressioni esterne, perché ciò che è altro da sé non viene considerato, né per effetto di spinte interne all’autolimitazione, perché il principio di piacere gioca un ruolo di assoluto monopolio. Quanto più il narcisismo è puro, tanto più la formazione della coscienza morale è contrastata e tanto più sono probabili la devianza e l’antisocialità. Nell’ambiente narcisistico ogni amicizia è estemporanea: dura fin tanto che fornisce conferme alla propria auto-percezione e si dissolve non appena si rende necessario cercare altrove un ritorno di immagine.
Per la revisione di vita
1. Quali contraddizioni vedo ancora in me? in cosa ho un’idea troppo alta di me, in cosa mi scopro troppo fragile? Quali idoli sono in me in conflitto con il vero Dio? Che ne è dei miei propositi? So essere fedele a piccoli passi possibili?
2. In cosa sono troppo attaccato al mondo? Mondanità, mondanità spirituale, mondanità del demonio, attaccamento al peccato, vita comoda, cattive abitudini, dipendenze… so essere operoso e capace di riposo? Chiedo la grazia di un sincero pentimento.
3. Come sto consegnando ai miei figli e alle mie figlie la testimonianza di un uomo e di una donna ben modellati, di due sposi che si amano, di due genitori autorevoli e amorevoli, capaci di far rispettare le leggi e di incoraggiare il desiderio, capaci di dare fiducia e di offrire il perdono?
La sorpresa della Risurrezione
Alcune cose sono chiare. Non ci si dà la vita da sé, né la si conserva con le nostre sole forze. Non si supera la morte e non si risorge con la sola forza del desiderio. Soprattutto, non ci si dà la vita divina se non per grazia, e grazia immeritata. Siamo fatti per la risurrezione, ma: 1. come dono immeritato, non come possesso in proprio; 2. come ciò che germina nel nostro io, ma viene da Dio; 3. come ciò che, come ogni dono, va accolto nella libertà; 4. e siccome non c'è alternativa, non si può rimanere neutri: il nostro destino o è quello voluto da Dio, e si chiama Paradiso, oppure è rifiuto dell’unico dono di Dio, e si chiama Inferno, e questo lo possiamo volere solo noi.
L’uomo è chiamato a essere soggetto e artefice di un destino che non resta esteriore, ma sboccia e cresce dentro di lui e trasforma, in un senso o nell’altro, l’intelligenza, la volontà, la sensibilità, la carne, le ossa, il sangue. Questo destino può essere il degrado o l’elevazione: l’uomo può imbestiarsi o divinizzarsi; la sola cosa che non già è data, è quella che in genere preferirebbe: restare quello che è al principio della storia. Se lo potesse, smentirebbe la sua natura essenziale, che implica appunto di dover fabbricare il proprio essere definitivo con la successione delle libere scelte: l’uomo è un dover essere libero (Biffi).
La forma ecclesiale della fede
Pinocchio, e con Lui anche noi, deve accettare che la trasformazione è dono di altri: senza la Fata, senza Geppetto, e senza il Grillo parlante, Pinocchio riesce solo a morire, non può sottrarsi alla morte. Fuori dalla parabola, vuol dire che la risurrezione e la trasformazione sono il frutto della Pasqua, dell’amore di Dio che ci offre il Figlio, di Gesù che si sacrifica per noi, di Maria e della Chiesa che accoglie il dono di Gesù. Da qui si comprende come la salvezza e la pienezza che pure è seminata nel cuore di tutti ha una forma ecclesiale e sacramentale.
- Interessantissimo è che sono tutte realtà vive e dinamiche, che crescono insieme. Nel racconto di Collodi, è notevole il fatto che non si trasforma solo Pinocchio, ma matura anche la Fata e si ritrova anche Geppetto. In Pinocchio Collodi evidenzia in maniera struggente il bisogno di un buon femminile e di un buon maschile, e per questo non evolve solo Pinocchio, ma anche la Fata e Geppetto.
La Fata, da Bambina diventa Sorellina e poi Mamma!
Alla labilità di un femminile che fluttua tra bare e lapidi affianca la precarietà di un maschile che scompare tra i flutti. Un impulso individuativo che non è supportato dalla profondità del femminile e dalla solidità del maschile si dispiega in forme rudimentali e fasulle. Nel narcisismo gli aspetti controsessuali dell'identità (Animus e Anima) sono entrambi surrettiziamente dilatati e strutturalmente svuotati. L'iter esistenziale di Pinocchio è un iter di riparazione e ricomposizione sia dell’imago maschile sia dell’imago femminile E il superamento del narcisismo avviene all'interno di questo iter. Non va trascurato che la Fata e Geppetto evolvono simultaneamente a Pinocchio: la prima diventa donna (“mi lasciasti bambina e ora mi ritrovi donna), il secondo riacquista vitalità e riprende la sua professione di intagliatore. È chiaro che c'è un'evoluzione dell'archetipo e non solo della relazione tra un figlio e i suoi genitori (Widmann).
La Fata, questa creatura cangiante, ci sorprende con i suoi mutamenti: prima è una Bambina morta che parla; poi è una Bambina viva che salva; poi è addirittura una Bambina sepolta sotto una piccola pietra di marmo, e sembra uscita di scena per sempre; invece ricompare ormai Donna e pronta a effondere il suo amore materno. “Ma come avete fatto a crescere così presto?, domanda stupito Pinocchio. “La Chiesa - dice Sant'Ambrogio - come la luna ha frequenti i suoi smarrimenti e le sue rinascite, ma proprio in virtù dei suoi smarrimenti crebbe è merito di ampliarsi” (Biffi).
Ecco la metamorfosi: la Bambina dai capelli turchini diventa la Fata Turchina. Quella che era una figura evanescente, nata morta, Collodi adesso è costretto a ripensarla come una figura importante. Notare che qui si introduce nella storia un elemento che prima non c’era: la figura femminile. Se finora – e in questo sì, si può stabilire un’analogia con l'antico testamento - il dialogo, il dramma è giocato solo tra il figlio e il padre, qui interviene una terza figura che accompagnerà tutta la vicenda. E non è un caso se, come scrive Giovanni Paolo II parlando dell'incarnazione, “la donna si trova al cuore di questo evento salvifico”. (Nembrini)
E Geppetto, partito alla ricerca del figlio, dal figlio viene ritrovato!
Dobbiamo proprio fermarci a osservare questo spettacolare rovesciamento di ruoli: adesso è Pinocchio, il figlio, che chiede al padre di seguirlo. A ogni padre e a ogni madre questo ribaltamento non può non far venire la pelle d'oca. Perché nel rapporto educativo non c'è niente di più grande di questo: e uno, dopo aver tirato grandi dei figli, si ritrovi a un certo punto nella straordinaria condizione di essere lui ad andare dietro di loro. Io, scherzando un po’ ma non troppo, dico sempre che una volta pensavo che il massimo della vita sarebbe stato sposarmi poi ho creduto che il massimo fosse diventare papà, in effetti è un'esperienza incredibile. Ma c'è una cosa più grande ancora, ed è quando si comincia a diventare figli dei propri figli, secondo la formula stupenda che usa Dante per la Madonna, “figlia del tuo figlio”. (Nembrini)
- Forma ecclesiale della Chiesa è quella adombrata nell’architettura della vita di Pinocchio, tutta inquadrata fra la figura di Geppetto e la figura della Fata, del Padre e della Madre. Figure entrambe essenziali! Non si può dissociare il maschile e il femminile della fede, il paterno e il materno, Gesù e Maria, Cristo e la Chiesa. Famosa è l’espressione di san Cipriano:
Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per Madre.
E infatti Pinocchio ritrova la vita e ritrova il padre grazie all’intervento amorevole ed energico della Fata, icona della Chiesa, icona di Maria.
L'immagine della Fata esprime con molta opportunità la realtà della Chiesa: la bella Bambina dai capelli turchini è la sposa senza macchia e senza ruga. Bella, perché in lei non c'è nulla di contaminato. Bambina perché la sua maternità e verginale. Dai capelli turchini quasi a indicare che la sua vita non è comprensibile alla luce delle cose terrestri: il suo mistero trova la sorgente vera e inesauribile nelle regioni del cielo. La Chiesa, nuova Eva, donna intatta e feconda, ha poi una singolare attuazione personale nella Vergine Maria, semi primizia di tutto il mistero ecclesiale, e, sotto la croce di Gesù immolato nel sacrificio, suo primo e totale avveramento. Non fatichiamo a vedere nella Fata del racconto una splendida allusione alla Madre di Dio e alla sua sollecitudine a nostro favore (Biffi)
Che bello che Pinocchio riconosca la Fata per i capelli turchini. I capelli azzurri sono il segno che questa donna è il rapporto con il Cielo (Nembrini).
Nel rapporto con la Fata ne va del rapporto con Geppetto. Similmente, nel rapporto con la Chiesa ne va del nostro rapporto con Dio. Tener conto che il demonio non se la prende direttamente con Dio: egli è l’Anticristo, non sopporta Maria, discredita la Chiesa, discredita il ministero dei sacerdoti.
Quando Pinocchio chiede della Fata, è perché ha a cuore il rapporto con il Padre. Il problema più immediato non è neanche quello del rapporto con la Fata: se la sua scomparsa genera un dolore, un’angoscia, un sentimento di assenza, è perché il rapporto con la Fata custodiva, garantiva la possibilità del rapporto con il Padre. La Chiesa è il sacramento della presenza di Dio nella vita (Biffi).
Infatti, Pinocchio non muore, perché siamo fatti per la vita, ma deve rendersi conto che persa la Fata è perso il Padre, e si perde la vita.
Non muore, Pinocchio: il cuore che Dio ci ha fatto è immortale, indistruttibile. Però deve fare ancora un passo, deve toccare con mano come la perdita della Fata, cioè della Chiesa, porti inevitabilmente con sé la perdita del padre, di Dio. Non stiamo a ripetere il discorso sulla consapevolezza di Collodi e sulle origini profonde della sua ispirazione, ma a me questa sequenza è sempre sembrata geniale: persa la Fata, la Chiesa, Pinocchio perde anche Geppetto, Dio (Nembrini).
La forma sacramentale della fede
Forma sacramentale della fede è la necessità di passare attraverso il concreto del corpo di Gesù: il suo corpo storico, il suo corpo eucaristico, il suo corpo ecclesiale, le parole che ha detto, i gesti che ha fatto, i riti da Lui istituiti. E qui è importante comprendere che non si possono dissociare impunemente anime e corpi, intenzioni e azioni.
Collodi tratteggia la figura della Fata come dolce e esigente, capace di comprendere l’indole di Pinocchio. Similmente, la Chiesa sa come guidare la crescita dell’uomo nella vita di grazia, e lo fa con dolcezza e fermezza. La Fata, come la Chiesa sta coi piedi per terra ma col cuore in cielo, col cuore in cielo e il piedi per terra. Biffi mostra come la Fata è con Pinocchio condiscendente e intransigente. Perché il punto, nella vita cristiana è coniugare e non dissociare carità e verità: veritas in caritate, certo, ma anche caritas in veritate.
La Fata rediviva, che rivediamo ormai donna dai dolci e rasserenanti tratti materni, dimostra di conoscere l’indole di Pinocchio meglio di quanto non dimostri di condividere la morale kantiana, e non teme di aiutarne la debolezza congenita con il miraggio di premi sempre più invoglianti: “un bel pezzo di pane, un bel piatto di cavolfiore condito con l’olio e l’aceto, un bel confetto ripieno di rosolio”. Grande è la condiscendenza di questa madre, eppure è intransigente nell’esigere, senza attenuazioni e senza compromessi, che Pinocchio l’aiuti nella fatica e compia l’opera meritoria che dall’inizio gli viene proposta. Non pretende che il lavoro sia anche eseguito di buon grado: le basta che sia liberamente eseguito. Il più urgente problema ecclesiale non è dunque di assimilarsi, ricercando una “incarnazione” che tende a risolversi nell’annientamento, ma è di preservare ed esaltare quanto rende la comunità dei credenti e i singoli cristiani una realtà inaudita di fronte agli altri. La più viva preoccupazione della Chiesa non deve essere quella di rendersi più “credibile”, cioè più conforme alla mentalità e alle attese degli uomini – ma al contrario di mantenersi “incredibile”, perché paradossalmente solo così può essere riconosciuta come Chiesa e suscitare la fede. Per fortuna, alla Fata i capelli turchini non glieli toglie nessuno (Biffi).
L’atteggiamento della “buona donnina” è geniale: da una parte risponde al bisogno di pinocchio, gratis, senza pretendere contraccambio; subito dopo però ricomincia ad educarlo, a chiedere che impegni la sua libertà. È la pedagogia di Gesù, della Chiesa: all’inizio risponde al tuo bisogno in modo gratuito, in maniera inaspettata; poi però ti avvisa che se vuoi andare davvero fino in fondo alla risposta c'è bisogno anche di te, della tua libertà, del tuo impegno. A differenza dell’equivoco educativo di oggi per cui sembra che voler bene ai figli voglia dire evitar loro la fatica (Nembrini).
“Vi chiamerò la mia mamma dice il burattino”, e subito avverte l'angustia della sua legnosa realtà e vagheggia una natura filiale. Ora i burattini possono sperare di sottrarsi ai burattinai e raggiungere le prerogative dell'uomo solo in quanto riconoscono di avere un Padre e si arrendono alla forza del suo affetto. Ma non ci è dato di aprirci all'iniziativa d'amore del Padre se un amore materno non si raggiunge e non scioglie le nostre durezze. Come diceva San Cipriano: non può avere Dio per padre, chi non ha la chiesa per madre". Appena è riconosciuta come madre, la Fata richiede obbedienza. Pinocchio consente con fervore al principio dell'obbedienza (volentieri, volentieri, volentieri!), ma non gli garba a nessuno dei contenuti (Biffi).
Come si vede, nulla di scontato, perché in genere ci ripugna essere filialmente umili e obbedienti: l’orgoglio arriva prima. In Pinocchio è esemplare come abbia più paura delle medicine che del male. Ciononostante, deve imparare che non basta il pentimento, occorrono medicine spirituali e un percorso concreto di vita nuova.
Il riconoscimento degli errori compiuti è l’inizio necessario della resurrezione, ma non è sufficiente. L’ortodossia cattolica introduce nel processo di risanamento la necessità di una condizione che all’uomo di oggi può riuscire sgradevole. Il pentimento è un passo difficile e duro, però, almeno per quel che se ne esperimenta, è un atto autonomo dello spirito. È invece molto più difficile e riconoscere che non mi posso risanare da solo, neppure col più laborioso e costoso degli atteggiamenti interiori. Il Grillo parlante non basta, ci vuole anche la Fata. La Fata, che pure ha convocato il Grillo al letto del burattino morente, a un certo momento lo trascende e interviene direttamente, somministrando il farmaco risanatore. È il principio sacramentale, per il quale l’azione vivificante che i Padre compie con la mediazione di Cristo, nel Regno dello Spirito che è la Chiesa, passa attraverso le realtà più comuni e più semplici dell’universo, e a noi che ci riteniamo i giudici di ogni essere, è chiesto di inchinarci a ricevere la vita divina e la salvezza dall’acqua, dall’olio, dal pane, dal vino. È un principio provocatorio che, accolto senza difficoltà dall’antica cultura mediterranea, oggettiva e materialistica, ferisce un po’ la mentalità dell’uomo moderno, che più portato a convincersi che ogni evento decisivo della vita dello spirito si debba svolgere in modo totale ed esclusivo nell’ambito della coscienza. Certo, il principio sacramentale può essere travisato fino a dare origine a una concezione magica, che asservirebbe l’uomo alle cose, ai gesti, alle formule. Ma tra la magia e il sacramento la differenza è assoluta: nella magia l’uomo cerca di piegare la divinità al proprio volere con mezzi assurdamente sproporzionati; nel sacramento l’uomo cerca di piegare la sua volontà individualista e orgogliosa fino a farla entrare nell’allegro gioco di Dio, che ha deciso di elevare le creature più umili alla dignità di strumenti salvifici per la creatura più alta (Biffi).
Il Signore e la sua Chiesa sanno bene come sia delicato educare una libertà, in quanto deve essere libera ma non sa essere libera, e perciò deve essere insieme indirizzata e rilasciata Mirabile in questo senso una pagina di Ch. Peguy:
Tale è il mistero della libertà dell’uomo, dice Dio, E del mio governo su di lui e sulla sua libertà. Se lo sostengo troppo, espongo la sua libertà. Se non lo sostengo abbastanza, espongo la sua salvezza: due beni in un certo senso quasi ugualmente preziosi. Perché questa salvezza ha un prezzo infinito. Ma che cosa sarebbe una salvezza che non fosse libera. Come potrebbe qualificarsi. Noi vogliamo che questa salvezza sia acquisita da lui stesso. Da lui stesso l’uomo. Sia procurata da lui stesso. Venga in un certo senso da lui stesso. Tale è il segreto tale è il mistero della libertà dell’uomo Tale è il prezzo che diamo alla libertà dell’uomo. Perché io stesso sono libero, dice Dio, e ho creato l’uomo a mia immagine e somiglianza. Tale è il mistero, tale è il segreto, tale è il prezzo di ogni libertà. La libertà di questa creatura è il più bel riflesso che c’è nel mondo Della Libertà del Creatore (Ch. Peguy)
Risurrezione
L’uomo deve appunto essere libero, libero per grazia, ma libero. Condotto dalla Fata, istruito dagli errori, adesso ci deve essere quello scatto di volontà che tocca proprio a Pinocchio e che non è sostituibile. Prevenuti e circondati dalla grazia, non senza la Chiesa per quanto piena di difetti, e non senza i Sacramenti per quanto modesti nel loro apparire, adesso tocca a noi: è un desiderio, una resa, una decisione per ciò che è bello, buono e vero, per la vocazione e missione che realizza la nostra vera identità. La trasformazione cristiana è davvero una rinascita, un “nascere di nuovo/dall’alto” (Gv 3,3) che va invocata e desiderata davvero, perché è la possibilità dell’impossibile, impossibile per l’uomo ma possibile per Dio!
Adesso Pinocchio vuol davvero cambiare. Prima si limitava a dire il dover fare il bravo e di cominciare a studiare. Adesso capisce di più. Per la prima volta si introduce il desiderio esplicito di voler crescere e inizia a dire: basta fare il burattino, voglio essere veramente grande e partecipe della natura di chi mi ha fatto (Nembrini).
La trasformazione di Pinocchio da burattino in bambino si realizza in effetti con un’invocazione e una decisione: “Oh! Se potessi rinascere un’altra volta!”… “Sono stufo di essere un burattino. Sarebbe ora che diventassi anch'io un uomo”.
“Oh! Se potessi rinascere un’altra volta!”. Pinocchio non lo immagina, ma è anche questa una parola evangelica. Di fronte al fallimento della sua vita e all’ammissione dolorosa di avere sbagliato tutte le scelte, il sospiro del burattino va al prodigio di una nuova nascita, la sola ipotesi che permetta di rimediare alla rovina di un’esistenza contaminata. Naturalmente è un desiderio ardente, ma inefficace. È l’unica soluzione che non sia illusoria, ma è impossibile. Ma ciò che agli occhi terrestri appare un’affascinante irrealtà, il sogno sbrigliato di non sa più dove guardare nell’attesa di qualche soccorso, è il concreto progetto di salvezza che è stato pensato per Pinocchio e per noi. ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio (Biffi).
“Sono stufo di essere un burattino. Sarebbe ora che diventassi anch'io un uomo”. Questa aspirazione, che è uno dei temi fondamentali di tutta la storia, nasce in ginocchio e si impone con crescente chiarezza solo dopo che Pinocchio ha accettato apertamente la maternità della Fata, questa creatura cangiante che ci sorprende per i suoi mutamenti.
In Pinocchio, si realizza – chissà che coscienza ne poteva avere Collodi – la dinamica del mistero pasquale: morte dell’uomo vecchio e vita dell’uomo nuovo, immersione ed emersione dalle acque battesimali. E in effetti, nel racconto di Collodi c'è l’acqua dove la vita annega e dove la vita è restituita, e c’è il pescecane (cattivo) che però ha la forma di una balena (buona), la prima come figura dell’acqua mortale e liberante dell’Esodo, e la seconda come figura dell’esperienza mortale e vitale di Giona. Figure a loro volta di quel “passaggio” che è la Pasqua di Gesù e il Battesimo del cristiano, perché con Gesù “ben più di Giona c'è qui” (Lc 11,31).
Per Pinocchio Il movimento dell'ultima degradazione diventa al momento della resurrezione. Questa svolta determinante avviene con un'immersione nel mare. Pinocchio come Mosè e come Giona, è salvato dalle acque. L'acqua, che doveva essere principio di morte, si fa per lui principio di vita. All'alba della creazione, l'acqua contrassegna il caos infecondo ed è insieme la matrice donde è tratta la terra che ospiterà tutti i viventi. Essa indica la maledizione e il castigo, ed è strumento delle forze demoniache. Ma l'acqua e anche segno di benedizione di fecondità; al suo ritrovamento è legata alla possibilità di sopravvivere nel deserto. Yahvé stesso è paragonato a una sorgente di acqua viva. I due episodi del diluvio, dove l'acqua distrugge i viventi ma sostiene l'arca della salvezza, e del passaggio del Mar Rosso, dove le onde sono a causa di morte per gli egiziani e di liberazione per gli ebrei, esaltano questo duplice valore e preparano alla comprensione del sacramento del Battesimo (Nembrini).
Come Giona, anche Pinocchio, gettato nel cuore del mare e circondato dai flutti, è stato inghiottito dal mostro marino, che il nostro autore chiama sì col nome feroce del pescecane, ma poi descrive come una paciosa e sproporzionata balena. Come Giona, anche Pinocchio dalle viscere del pesce ha gridato e il padre ha ascoltato la sua voce. Come Giona, anche Pinocchio, sepolto dalle acque e ritornato alla luce del sole e all’aria della vita terrestre, è diventato ormai figura e profezia del destino di morte e risurrezione che ci è riservato, destino cui, configurandoci a Cristo morto e risorto, partecipiamo dal mistero della vita battesimale alla vita nel paradiso. Col padre, riconquistata la gioia e la condizione filiale, Pinocchio riconquista se stesso. In quel momento capisce che nessun libro vagabondaggio tra i campi con il solo impegno di “correre dietro alle farfalle e salire su per gli alberi a prendere gli uccellini di nido” - eppure gli era sembrata un tempo la massima felicità desiderabile - può essere raffrontato all'ebbrezza di amare e di sentirsi amati da un padre. “Il povero Pinocchio ebbe un'allegrezza così grande così inaspettata via quella che ci mancò un ette non cadesse in delirio” (Biffi).
Si tratta davvero di una trasformazione, di una transnaturazione, di una trasfigurazione, veramente di un processo di divinizzazione, i cui tre passi tipici sono l’obbedienza, la vita di grazia, l’esito di gloria.
Nella trasformazione, il primo passo è l’obbedienza al Padre. Non va dimenticato che l’obbedienza è la virtù più alta e più difficile, tanto che anche il Figlio di Dio l’ha conosciuta in tutto il suo valore e la sua asperità nelle ultime ore della vita terrena, quando “imparò l’obbedienza delle cose che patì” (Eb 5,8). Quando l’uomo decide interiormente di obbedire a Dio, comincia ad avviarsi sulla strada della libertà, anche se si tratta di una libertà ancora imperfetta e ferita. Questa è la vita di grazia che già in questo mondo anticipa la vita di gloria, ma in modo imperfetto e vulnerabile: è il secondo momento. L’ultimo atto è il passaggio totale e definitivo alla natura superiore: la divinizzazione dello spirito, già iniziata nella vita di grazia, si riverbera nella spiritualizzazione della materia. L’uomo si assimila al Signore risorto e così si sottrae per sempre all’insidia del male.
Ovvio sul piano logico, ma non ovvio sul piano esistenziale, che non c'è paragone tra rimanere burattino ed essere bambino. La differenza è abissale. Similmente, la vita cristiana è la vita veramente umana! e maturare la statura di Cristo è il destino unico di ogni uomo. Se non ce la faremo in questo mondo, riusciremo a comprenderlo bene in Purgatorio:
“Com’ero buffo quand’ero burattino”. Ci fosse, oltre la riprovazione e il distacco, un po’di pena e di vergogna, queste parole indicherebbero con esattezza la purificazione ultraterrena che ci permetterà di entrare senza residui di un passato colpevole nella felicità eterna-. Questa è infatti la vera natura del Purgatorio: una contemplazione di tutta l’esistenziale insipienza che con maggiore o minore intensità ha connotato i pensieri, le parole, gli atti, tutti i giorni fuggevoli e vani del nostro soggiorno terrestre, tutto il tempo speso nell’inseguire il vento (Biffi).
Più modestamente, rimanere narcisi e non diventare oblativi non mette conto!
E un'ammissione ultimativa: inseguire l'eccezionalità, la particolarità, la diversità, l'esasperazione narcisistica espone al rischio del ridicolo, nel tentativo di essere brillante (Widmann).
Per la revisione di vita
La Risurrezione è una vera rinascita. Vediamone l’identikit, chiediamoci a che punto siamo, chiediamo una grazia, prendiamo una decisione. Chi è rinato in Cristo…
- Non ha un’immagine di sé grandiosa e un’identità fragile, ma un’immagine umile e un’identità grandiosa. Sa di essere una povera creatura, ma sa anche di avere una dignità divina. Ha ricevuto un nome sulla terra, ma sa che il suo nome è scritto in cielo.
- Non cerca se stesso, ma rinnega se stesso. Cerca prima la gloria di Dio, e sa che tutto il resto non gli mancherà. Non trattiene la sua vita ma offre la sua vita. Non cerca cose grandi, ma è fedele a quelle piccole: sa che a chi è fedele nel poco viene dato molto.
- Sta sulla terra, ma desidera il cielo. Sta sulla terra da pellegrino, ma sa che la sua patria è nel cielo. Ha una sana riserva critica su tutte le realtà mondane. È libero perché ha Dio come Padre, e onora ogni autorità, ma non ha padroni.
- Non è affamato di sesso, soldi e potere, ma vive un amore povero casto e obbediente. Pur nutrendosi del cibo che perisce, trova il suo vero alimento nella Comunione con Gesù. Non fa a meno di Maria e della Chiesa.
- Ama Dio con tutto il cuore, e il prossimo come se stesso. Ascolta molte parole, ma obbedisce alla Parola. Non si attacca eccessivamente ad alcuna creatura: non manipola, non ricatta, non è servile, non fa servi, ma si fa servo.
- Il suo animo, anche nelle prove, è abitato dalla pace e dalla gioia. In lui maturano i frutti dello Spirito. Abbraccia nella preghiera il pensare e il volere. Sa discernere con prudenza e decidere con risolutezza: ha un sesto senso per la voce del Buon Pastore e riconosce la voce del Nemico: il primo lo segue, l’altro lo respinge.
- Ha un amore personale e insieme universale: ha cura di ciascuno e uno sguardo per tutti, e non ama solo quelli che lo amano, ma anche i nemici.
Don Roberto Carelli sdb
Esercizi Spirituali Adma - Pracharbon 2026.



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