SEGNI DEL SUO AMORE L’ORIZZONTE DELLA CARITÀ
Aggiornamento: 8 ore fa
Noi abbiamo riconosciuto e creduto all'amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui (1Gv 4,16)
Partiamo col piede giusto:
1. anzitutto dischiudendo l’orizzonte totalizzante della carità, che è il nome proprio di Dio, l’essenza della Chiesa, l’ideale del cristiano, la verità di ogni uomo, il senso primo e ultimo di ogni cosa, e proprio per questo la sostanza e il timbro fondamentale dell’annuncio evangelico. Qui verrà subito in luce come l’amore è dono e per-dono di Dio, è istituito e restituito da Dio;
2. poi indicando ciò che mortifica e chiude l’orizzonte della carità, per dire che la comprensione dell’amore richiede sempre la conversione all’amore. Qui verrà in luce come aprirsi all’amore, che è il dono di sé, è lottare contro l’orgoglio, che è ricerca di sé.
Tutto attualissimo, visto che oggi viene chiamato amore anche il suo contrario. Qualche anno fa scrivevo così:
Che brutta fine sta facendo l’amore! Sarebbe la parola che nomina l’identità ultima di Dio e il desiderio più profondo dell’uomo. Ma la sua riduzione sentimentale ed erotica l’ha resa esangue. “Amore” ha perso il potere di evocare il Nome di Dio e di richiamare la verità degli affetti umani. L’hanno ridotto a variazione dei sensi e degli istinti. Non indirizza più a grandi ideali, né riesce a motivare i sacrifici della vita. Non si gioca più sul dono e sulla fedeltà, ma sulla quantità e la casualità delle esperienze. E non mira a un impegno stabile, ma all’incremento del benessere e del godimento. È pericolosamente risucchiato nella sfera dei beni di consumo, ma intanto tenta di piegare ai suoi scopi persino la sfera del diritto… È proprio vero quello che dicevano De Rougemont e Lewis nei loro saggi sull’amore, che «quando l’amore non è più Dio, diventa un demonio», e, similmente, «quando l’amore è elevato a dio, si trasforma in un demonio»! I cristiani non possono proprio smettere di annunciare a tutti il cuore e la sintesi del messaggio cristiano: non “l’amore è Dio”, ma «Dio è Amore» (1Gv 4,8)! (R. Carelli)
Accogliere l’amore di Dio.
Don Sala, per introdurre il tema della carità per tutta la Famiglia Salesiana, propone la seguente progressione biblica: le nozze di Cana, la lavanda dei piedi, la scena del giudizio, l’inno alla carità. Cioè: 1. È Gesù che restaura ed eleva l’amore umano all’amore divino; 2. Lo fa realizzandolo anzitutto in se stesso, diventando Signore facendosi Servo; 3. Il suo amore diventa il criterio definitivo del giudizio sulla nostra vita: saremo giudicati sull’amore; 4. Senza la carità tutto il resto non vale niente!
Un passo dell’Enciclica Deus caritas est di Benedetto XVI introduce bene:
Due cose emergono chiaramente. Innanzitutto, che tra l'amore e il Divino esiste una qualche relazione: l'amore promette infinità, eternità, una realtà più grande e totalmente altra rispetto alla quotidianità del nostro esistere. Ma al contempo appare che la via per tale traguardo non sta semplicemente nel lasciarsi sopraffare dall'istinto. Sono necessarie purificazioni e maturazioni, che passano anche attraverso la strada della rinuncia. Questo non è rifiuto dell'eros, non è il suo “avvelenamento”, ma la sua guarigione in vista della sua vera grandezza… L'eros vuole sollevarci “in estasi” verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni (DC5)
1. Il messaggio di Cana (Gv 2,1-11) è chiaro: senza agape, eros non solo non si eleva ma si degrada; con agape, eros viene valorizzato e perfezionato al di sopra di sé stesso.
L’acqua dell’umanità viene trasformata in vino, ovvero viene qualificata ed elevata, nel momento in cui il Figlio viene tra noi. Egli conduce a pienezza la natura umana, assumendola, trasformandola e portandola a compimento con il suo amore. Il vino è il simbolo dell’amore, che è Dio stesso. Ed è il vino migliore, quello che arriva nella pienezza dei tempi.
Accogliere l’amore di Dio è qualcosa di passivo e di attivo, dono indisponibile che chiede la nostra disponibilità. Occhio ai verbi:
Guardare: nel testo spicca lo sguardo profondo di Maria, a cui non sfugge nessun particolare. Questa attenzione all’essenziale, oggi, nel bombardamento mediatico in cui siamo inseriti, non è facile, ma rimane essenziale;
Ascoltare: Maria dice ai servi di fare qualsiasi cosa venga detta da Gesù;
Scegliere: i servi scelgono positivamente di obbedire a Gesù, attraverso dei gesti concreti, anche faticosi;
Agire: i servi riempiono le giare fino all’orlo, e distribuiscono il vino nuovo.
2. Nell’evento della lavanda dei piedi (Gv 13,1-17), nel contesto dell’Ultima cena, Gesù realizza in sé stesso la verità dell’amore come dedizione e gratuità, della vera signoria come servizio. Vengono in mente le parole di Benedetto XVI, decisive per comprendere come l’amore:
All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Nel suo Vangelo Giovanni aveva espresso quest'avvenimento con le seguenti parole: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui ... abbia la vita eterna” (Gv 3,16) DC1)
Spiega don Sala:
Tale evento ci offre le coordinate precise sulla modalità di esercizio della signoria di Gesù tra di noi, illuminando in modo nuovo il volto di Dio… “Capite quello che ho fatto per voi?” … Cristo si mostra come la carità incarnata: sapendo che nessuno può vivere se non in lui, offre il proprio corpo trafitto e il proprio sangue versato per la vita di tutti, perfino per quella di coloro che gli tolgono la vita.

Questo, e nient’altro, è il principio e il compimento dell’amore. Prima di cominciare a dire che cosa sia l’amore o pensare di essere in grado di amare, siamo chiamati a confrontarci con l’evento dell’amore… Pietro non accetta subito e facilmente… Qui viene superata la religione del do ut des. Gesù non dice: “visto che io ho lavato i piedi a voi così voi dovete lavare i piedi a me”. Sembrerebbe più logico, più sano più religioso. Visto che Dio è buono con te, tu cerchi di essere buono con lui, restituendo il favore. Invece ecco sorgere il terzo, l’altro, il vicino, il prossimo, il giovane. L’altro, quello che mi altera, che mi sta accanto.
3. Nella parabola del Giudizio (Mt 25,31-46), Gesù si pone come il criterio definitivo che decide di una vita umana riuscita o fallita: “l’avete fatto a me”. Già nel Suo comandamento Gesù ci chiede di amare come Lui ha amato, e siccome in Lui non si è visto altro che gesti di liberazione dal male e di amore misericordioso (che non vuol dire senza verità e senza giustizia! Al contrario: nel prendersi cura dell’altro, specialmente del povero, trova compimento ogni verità e giustizia), ci è chiesto di fare altrettanto.
Il Signore si identifica con tutti i figli dell’uomo che vivono le situazioni di sofferenza, abbandono, solitudine e povertà. Il criterio è chiaro: chi si è preso cura dell’uomo si è preso cura del Signore, ed è per questo benedetto; chi no l’ha fatto ha disonorato Dio ed è maledetto in eterno.
4. Nell’inno alla carità (1Cor 13,1-13), San Paolo spiega che la carità è ciò che dà pieno valore ad ogni affetto e ad ogni dono:
La carità è la via più sublime, perché senza di essa ogni dono manca del suo contenuto proprio. Potremmo dire che ogni carisma è una forma dell’amore, ma la carità ne è il contenuto proprio… Ed è l’unica cosa che rimane.
Per questo Benedetto XVI spiega che la carità è sempre più che semplice attività, perché
L'azione pratica resta insufficiente se in essa non si rende percepibile l'amore per l'uomo, un amore che si nutre dell'incontro con Cristo. L'intima partecipazione personale al bisogno e alla sofferenza dell'altro diventa così un partecipargli me stesso (DC 34)
Convertirsi all’amore di Dio
Ricchissimo ed efficacissimo l’insegnamento della Parola di Dio che abbiamo ascoltato nella Messa della XXII domenica dell’Anno. La Chiesa le ha messe in preghiera con questa invocazione:
O Padre, ispiraci pensieri secondo il tuo cuore, perché non ci conformiamo alla mentalità di questo mondo, ma, seguendo le orme di Cristo, scegliamo sempre le vie che accrescono la vita
Al centro della Parola sta l’esortazione di san Paolo;
Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare (Rm 12,2)
Spiega bene don Paulucci:
Fare esperienza di Gesù è stato anche per i primi discepoli passare attraverso una salutare delusione: ciascuno di loro ha delle aspettative su chi sia Dio e su come si debba prendere cura del popolo eletto. Ha un certo momento del loro cammino, devono scoprire un modo diverso in cui sono stati amati, un modo che rompe le loro categorie e ne crea di nuove, un modo che passa per un pane spezzato e che apre loro gli occhi a una presenza che continua a farsi dono (P. Paulucci)
Come la vita del seme, la nostra vita si trova solo quando si perde, ossia quando è offerta perché altri se ne possano nutrire… Non c’è fioritura per chi vuole salvare la propria vita, perché la vita non vive nell’essere trattenuta. Vive nella cura che dona: come in Dio vivere e generare sono la stessa cosa, così per l’uomo vivere e generare (nelle molte forme della fecondità creaturale) coincidono (P. Paulucci)
Il punto è che troviamo tanti ostacoli:
Immersi nell’ingombro delle cose e nell’alluvione di notizie, la Parola viene facilmente soffocata dalle parole
Immersi nella società secolare, rischiamo di vergognarci della fede (“La parola del Signore è diventata per me causa di vergogna e di scherno tutto il giorno”, (Ger 20,8)
Sprofondati nell’amor proprio che nasce con noi e muore dopo di noi, l’invito di Gesù a “rinnegare noi stessi” (Mt 16,24) non ci viene proprio naturale
La paura di perdere la vita ci rende difficile comprendere e accettare di “prendere la propria Croce”, ma in realtà l'amore è dare la vita...
Comprendere l’amore è allora accogliere la Parola della Croce:
Se sentiamo “un fuoco ardente dentro” (Ger 20,9), non spegniamolo, e se sentiamo una certa “sete di Dio” (Sal 62), non spegniamola! È facile spegnerla, perché è soprannaturale, e agli occhi del mondo non appare come sapienza e potenza di Dio, ma come stoltezza e debolezza (1Cor 1,18-25)
Ci aiuta pensare che gli annunci di passione sono uniti agli annunci di risurrezione: “Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno” (Mt 16,21)
Ci aiuta pensare che ciascuno ha la propria croce, non quella di Gesù, che doveva portare il peso di tutto il peccato del mondo: “portare la Croce” vuol dire collezionare quotidiani atti di pazienza e di generosità...
Ci aiuta pensare che l’esito dell’amore crocifisso è una vita sovrabbondante: “perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16,25)
Ci aiuta pensare, infine che l'Eucaristia è Sacramentum Caritatis: la capacità di amare non è esito di uno sforzo, ma l’accoglienza di un dono!
Per la preghiera.
Entriamo nella fortezza fondata su Cristo, pietra solidissima che non vacilla mai. Sforziamoci con tutto l'impegno di rimanere in essa. Si verificherà allora su di noi il detto: «Egli ha stabilito i miei piedi sulla roccia, ha reso sicuri i miei passi» (Sal 39,9). Così, bene fondati e resi sicuri, diamoci ormai alla contemplazione per considerare cosa voglia il Signore da noi, cosa gli piaccia e cosa torni gradito ai suoi occhi. Sappiamo che «tutti quanti manchiamo in molte cose» (Gc 3,2) e che il nostro sforzo malauguratamente si dirige contro il suo santo volere, invece di unirsi e aderire ad esso. Umiliamoci perciò sotto la mano potente del Dio altissimo e cerchiamo in ogni modo di riconoscerci come realmente siamo agli occhi della sua misericordia, dicendo: «Guariscimi, o Signore, e sarò guarito, salvami e io sarò salvo» (Ger 17,14). Possiamo fare anche quest'altra preghiera: «Pietà di me, Signore; risanami, contro di te ho peccato» (Sal 40,5).
Quando l'occhio del cuore si è schiarito alla luce di questa preghiera, rigettiamo l'amarezza che vuole entrare nel nostro spirito, e apriamoci piuttosto alla grande gioia che sta nel riposare sullo Spirito di Dio. Più che la volontà di Dio, qual è in noi, contempliamo la volontà di Dio in se stessa. Infatti «nella volontà di Dio si trova la vita» (Sal 29,6). Ciò che combacia con la sua volontà è senza dubbio per noi più utile e più rispondente alle nostre esigenze.
Conserviamo con sollecitudine la vita dell'anima e, con una medesima premura, asteniamoci dal seguire vie che non si concilino con essa. Quando ormai abbiamo fatto qualche progresso nella via spirituale sotto la guida dello Spirito Santo, che scruta anche le profondità di Dio, usciamo da noi ed entriamo in lui che è tanto buono. Preghiamo con il profeta per conoscere la sua volontà, e visitiamo non più il nostro cuore, ma il suo tempio dicendo: «In me si abbatte l'anima mia, perciò di te mi ricordo» (Sal 41,7).
Dobbiamo guardare noi stessi e dolerci dei nostri peccati in ordine alla salvezza. Ma dobbiamo anche guardare Dio, respirare in lui per avere la gioia e la consolazione dello Spirito Santo. Da una parte ci verrà il timore e l'umiltà, dall'altra la speranza e l'amore (San Bernardo).
Don Roberto Carelli sdb



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