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IN LUI CI HA SCELTI PRIMA DELLA CREAZIONE DEL MONDO (EF 1,4)LA PARABOLA DI PINOCCHIO E LA VERITÀ DELLA FEDE

  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 33 min

Introduzione

La fede

Richiamiamo il tema dell’anno formativo e portiamolo a compimento con questi esercizi. Il filo conduttore è stato la nostra fede, la fede dei figli: ad ogni passo ci siamo chiesti come alimentare la nostra fede e come accompagnare la fede dei figli. Queste le verità e le convinzioni che abbiamo maturato: 1. La fede è luce e forza: non è il contrario della ragione e della libertà, ma il loro potenziamento per la sapienza e la potenza di Dio; 2. La fede richiede santa indifferenza e filiale obbedienza, perché è disponibilità alle imprevedibili possibilità di Dio e assimilazione della nostra volontà alla volontà di Dio; 3. La fede comporta anche la sofferenza a motivo della nostra guarigione dalle difformità del peccato e della nostra maturazione di figli e figlie di Dio; 4. La fede autentica è operosa e fruttuosa, perché partecipa della vita e dell’amore infiniti e sovrabbondanti di Dio; 5. Prima e dopo tutto, la fede è l’atteggiamento fondamentale di Gesù nei confronti del Padre, e l’atteggiamento fondamentale di Maria nei confronti del Figlio. Insomma, la vita cristiana è fede animata dalla speranza e operosa nella carità. 


Pinocchio


In questi esercizi approfondiamo il tema della fede per fare un passo avanti nel renderci conto e saper rendere conto del dono inestimabile della fede, lasciandoci ispirare da quel sorprendente racconto di Collodi che è Le avventure di Pinocchio.

Pinocchio ci potrà piacevolmente aiutare perché, nell’interpretazione teologica di Giacomo Biffi e nella divulgazione di Franco Nembrini, è al tempo stesso il compendio dell’ortodossia cattolica (questo sosterrà la nostra fede), e perché è essenzialmente un romanzo di formazione (questo ci aiuterà ad accompagnare la fede dei figli).

Ma Pinocchio ci farà molto riflettere anche perché – nell’interpretazione psicanalitica di Claudio Widmann – fotografa bene la condizione narcisistica che infetta in maniera pandemica le nostre identità e i nostri legami.

Come coesistano in Pinocchio le due interpretazioni, quella che rende conto della superiore dignità dell’uomo e quella che ne denuncia la profonda ferita, richiede qualche breve parola sull’autore, Carlo Lorenzini.


Collodi

Quando Collodi manda all’editore le bozze dei primi numeri delle Avventure di Pinocchio pensate come racconto a puntate mensili per una rivista di bambini, le presenta modestamente come una “bambinata”. È allora sorprendente – lo è per noi come lo è stato per l’autore – che una “bambinata” sia diventata il libro più pubblicato e più letto dopo la Bibbia! Ci deve essere qualcosa di grande, ben oltre la consapevolezza e le intenzioni dell’autore!

Pinocchio è un “caso” nella storia della letteratura universale. Potremmo perfino parlare di “enigma”. Il caso nasce dalla sproporzione, almeno apparente, tra la modesta esteriore dell’opera e il suo successo, che è senza confini e senza eclissi. Il caso senza dubbio c’è. Né valgono a risolverlo la magia della lingua o l’esuberanza della fantasia collodiana, che pure sono innegabili; tant’è vero che – non fosse per Pinocchio – in virtù degli altri scritti la fama del Lorenzini avrebbe a stento varcato i confini della Toscana.

Biffi, da teologo, spiega il successo di Pinocchio per il fatto che tocca poeticamente le più profonde verità:

Di Pinocchio ci sono state tante interpretazioni, e per ciascuna è facile argomentare che non è quello che Collodi ha inteso. D’altra parte, se ci si ferma al cosiddetto Pinocchio di Collodi, cioè al testo come si offre a una prima lettura, l’enigma della sua immensa popolarità resta sostanzialmente irrisolto. Valgono due convinzioni: l’intelligenza cosciente dell’autore è senza dubbio l’avvio naturale e non trascurabile del processo di comprensione dell’opera; però gli intendimenti occasionali e la prima consapevolezza di un grande poeta non esauriscono mai l’intelligenza del poema.

Da parte sua, Widman, da psicologo, spiega che il successo di Pinocchio per il fatto che si tratta di una storia archetipa:

È un romanzo di formazione che scaturisce dall’inconscio e dalla genialità di un individuo, ma dialoga in profondità con l’inconscio di ciascuno: porta evidenti tracce della soggettività di Carlo Lorenzini, ma descrive vicende comuni nella realizzazione della soggettività individuale.

L’archetipo di cui si tratta è appunto “l’archetipo individuativo”, quello che attiene al riuscire o al fallire, all’essere coscienti o incoscienti di sé, al diventare oblativi e dedicati o restare narcisisti e ripiegati. E infatti Pinocchio è

la storia di un automa già capace di muoversi autonomamente, ma incapace di vagliare le direzioni verso cui indirizzare la propria autonomia, una narrazione archetipica densa di figure e di situazioni simboliche che, al pari delle fiabe, descrive per simboli un segmento del processo individuativo e offre una rappresentazione di quanto accade nell’evoluzione personale di ogni individuo. Gli autori che vedono nei comportamenti antisociali un sottogruppo della personalità narcisistica non hanno difficoltà a riscontare in Pinocchio condotte e atteggiamenti retti su sentimenti tipici: la convinzione di essere unico e speciale, l’irragionevole aspettativa di trattamenti di favore o di soddisfazione immediata delle proprie aspettative, un senso grandioso di importanza (Widmann).

Ecco alcune tracce biografiche che spiegano la presenza di verità archetipe nel racconto di Pinocchio e ne giustificano il successo.

- Carlo Lorenzini manca di un padre e ha un attaccamento eccessivo verso la madre, da cui lo pseudonimo “Collodi”, luogo di nascita della genitrice. Inoltre si tratta di una madre cattolica, dalla quale ha comunque assorbito, anche se contrastato, tutto il mondo dei valori cristiani.

Il profondo, duraturo legame di Collodi con la mamma e lo pseudonimo che lo lega solidamente a lei sono indizi di un complesso materno supportati da altri elementi biografici: la prolungata convivenza con la madre dello scapolo Lorenzini (mai sposato e senza alcuna relazione duratura); la considerazione del letterato, che fa tesoro dei consigli che lei si permette di dargli, pur se illetterata; l’idealizzazione dello scrittore che sottopone i suoi lavori al giudizio di lei, donna di modestissima cultura (Widmann).

Collodi aveva una sua fede. “Non sono un miscredente, a Dio ci credo. Stia tranquilla che ci credo” – disse una volta alla madre. Un po’ tutti questi uomini del nostro laico ottocento dovevano vedersela con una madre dalla fede limpida e viva, quasi raffigurazione dell’anima dolente d’Italia cui stavano facendo violenza; una madre amata da tranquillizzare a proposito della questione religiosa. Ma fosse stato ateo, il gioco ci sarebbe piaciuto anche di più, perché sarebbe apparso più scintillante l’umorismo di Dio (Biffi).

- Lorenzini divenne riconosciuto uomo di lettere ma ebbe un cattivo rapporto con la scuola. L’irrequietezza di Pinocchio è l’irrequietezza di Carlo: come succede a tanti bambini e ragazzi, era geniale e disordinato:

Il non facile rapporto con la scuola non è solo di Pinocchio, ma anche del suo autore. La naturale inclinazione alla disobbedienza, alla provocazione, all’impermanente non sono note a Collodi attraverso Pinocchio, ma giungono a Pinocchio dall’indole personale di Collodi. Verso i trent’anni Carlo Lorenzini inizia il suo periodo più scarmigliato e scapestrato: ha relazioni sessuali disordinate con attricette di teatro, vive una tumultuosa relazione con una donna sposata e madre di due figli, passa le notti ai tavoli da gioco e si aggira al mattino alla ricerca dei soldi per pareggiale le perdite patite durante la notte, ha atteggiamenti beffardi con tutti e provocatori verso i superiori (Widmann).

- Lorenzini entra in seminario ma poi ne esce, partecipa con entusiasmo ai movimenti risorgimentali ma poi se ne distanzia. In lui convivono grandi ideali e profonda delusione. È un uomo appassionato ma ferito.

Come tutti sanno, l'ideologia risorgimentale ha molti tratti anticlericali e anticattolici, e anche il giovane Lorenzini respira quest'aria: si allontana dalla pratica religiosa e si appassiona alle polemiche contro la Chiesa che allora – non solo allora, in verità – erano all'ordine del giorno. Ben presto però allo slancio ideale segue la delusione lo stato per cui ha combattuto non è quello che aveva sognato, sotto le bandiere del Regno d'Italia la vita del popolo non migliora la corruzione e gli intrallazzi della politica continuano come e peggio di prima. Così abbandona presto la vita pubblica e si rivolge al mondo infantile (Nembrini).

- Dopo anni dedicati con passione alla satira politica, ripiega deluso sulla letteratura dell’infanzia. Era talmente amareggiato dalla chiesa e dallo stato, che in un primo tempo il racconto di Pinocchio doveva concludersi con la sua morte, ma poi, spinto risolutamente dall’editore, dopo aver illustrato il mistero della morte, riesce – geniale com’era – ad illustrare benissimo il mistero della vita.

La scena della morte è surreale e genialissima. Ma per capire in che consista la sua genialità, osserviamo bene la situazione. Che è veramente terribile. perché essere inseguiti, vedere un punto che forse è la salvezza, arrivare lì, bussare solo per sentirsi dire “qui è tutto morto, io sono morta, tutti sono morti”, è davvero terribile. Tanto più terribile se teniamo presente che Collodi, quando scrive questo capitolo, è convinto sia l’ultimo: Pinocchio muore e la storia finisce lì. Altro che lieto fine, come è d’obbligo nelle fiabe! Nelle intenzioni dell’autore qui Pinocchio muore, e buonanotte. Chissà che cosa aveva in mente Collodi, per far finire la sua storia così amaramente. Forse la disillusione nei confronti dei valori per cui era vissuto: aveva combattuto per i grandi ideali patriottici, si era buttato in politica, ma ne era rimasto disgustato e aveva mollato tutto punto. Ecco, forse questa conclusione con la morte di Pinocchio dà in qualche modo voce alla sua delusione nella vita. E anche la bambina dai capelli turchini, questa presenza misteriosa che nel seguito della storia avrà un ruolo decisivo, qui compare solo per morire; anzi, è già morta anche lei, aspetta solo di essere sepolta. Ma di fronte alla reazione dei piccoli lettori l'editore Martini rintraccia Collodi e gli dice: “guarda che la storia deve andare avanti”. “Come, andare avanti? – risponde l’altro – è morto! Come faccio?”. “E tu fallo risorgere!” . E Collodi lo fa risorgere. Quella morte e risurrezione segnano la chiave di volta che ha fatto venire al cardinal Biffi l'idea meravigliosa di provare a reinterpretare tutta la storia come la vicenda di ogni uomo, con i rischi che corre, le cose che impara, l’esperienza che fa del bene e del male (Nembrini).

- Pinocchio rispecchia Lorenzini: si comporta in maniera indegna, ma in qualche modo conosce la sua dignità. È risentito verso la religione e la politica, ma in lui risuona la verità della fede e della politica. È sorprendente come la profondità cattolica sia in presente sotto una superficie laica. È incredibile come possa essere così liberale e così morale, così anticlericale e così cattolico. Sì, perché a una prima lettura – lo testimonia il cardinal Biffi – il racconto di Pinocchio sembra banalmente e fastidiosamente moraleggiante o politicante, ma poi, in fondo, ci si accorge che va all’essenziale, alle strutture profonde dell’esistenza:

Da bambino ero urtato soprattutto dalla ricorrente moralità, pur compensata in qualche maniera dal tono scanzonato. Da adolescente appresi che la critica accusava il libro di Collodi non solo di moralismo, ma di connivenza con gli schemi autoritari e repressivi della società borghese, di pedagogia intimidatoria e addirittura di sadismo; o inversamente si cominciò a scoprirvi i messaggi sociali, le critiche al sistema e perfino il moralismo dialettico, oppure si arrivò con la psicoanalisi a trovarvi una tematica di chiara natura erotica… Un giorno, nella mia giovinezza, mi apparve una luce: il libro svelava la vera natura dell’universo, non mi diceva per sé e in modo diretto che cosa dovessi fare, bensì narrava senza incertezze la storia del mondo e dell’uomo; non pretendeva di consigliarmi: piuttosto si offriva simpaticamente di aiutarmi a capire. Da qui: Pinocchio, ovvero dell’ortodossia cattolica… Mi dicevo: l’ortodossia cattolica, deformata nelle presentazioni correnti, irrisa come retrograda, disdegnata dalla cultura dominante, nello scompiglio risorgimentale si è rannicchiata in fondo alle coscienze, in attesa di tempi migliori. L’Italia lungo la seconda metà del XIX secolo aveva ricomposto la propria unità politica a spese della propria anima. E l’ortodossia, che non avrebbe potuto superare con le proprie vesti gli sbarramenti censori della dittatura culturale dell’epoca e della stessa coscienza dello scrittore, travestita da fiaba eruppe dal profondo dello spirito e risuonò apertamente (Biffi)

Un esempio per tutti. Collodi, col tono sentenzioso delle raccomandazioni genitoriali, scrive così:

Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori, e che abbandonano capricciosamente la casa paterna. Non avranno mai bene in questo mondo; e prima o poi dovranno pentirsene amaramente.

Ma Nembrini mostra bene come Collodi, in fondo, pur nei limiti dei codici ottocenteschi – sia quelli retorici che quelli satirici – dice no all’idea che si possa sopravvivere al vizio:

Un atto buono, ripetuto fedelmente, nel tempo diventa una virtù; un atto cattivo, costantemente replicato, si trasforma in un vizio, in una deformità permanente (Nembrini). 

Pinocchio è come Collodi, e risponde bene a quanto diceva sant’Agostino:

Anche quando lo spirito è degradato e deforme per la perdita della partecipazione di Dio, resta tuttavia immagine di Dio; perché esso è immagine di Dio in quanto è capace di Dio e può essere partecipe di lui.

Per questo Pinocchio può morire e poi risorgere, per questo il racconto non poteva terminare con la morte.


Esercizi

Come partecipare a questi Esercizi? Direi fondamentalmente con animo contemplativo, Sì, perché ci sarà da sentire e gustare tutta la misericordia di Dio e tutta la miseria dell’uomo. La storia di Pinocchio è infatti la parabola dell’opera di Dio e della condizione dell’uomo: c'è la grazia e il peccato, i doni del creatore e i capricci delle creature, il dramma di una libertà chiamata a una vita al di sopra di se stessa e la tragedia di una libertà che vive al di sotto di se stessa. L’atteggiamento giusto sarà quello di ascoltare per i bambini e ascoltare da bambini: coscienza adulta e stupore infantile.

Saranno Esercizi schiettamente salesiani, perché fare dell’educazione un cammino di santità è compito nativo dei genitori e compito carismatico della Famiglia Salesiana. E qui ricordiamo che educare è primariamente avvolgere i figli con uno sguardo adulto e consapevole, amorevole e autorevole, benevolo e misericordioso. Poi è sicuro che ogni nuova generazione sarà sempre un nuovo inizio, ma la generazione adulta non può non offrire un’iniziazione. È sicuro che i figli tenderanno ingenuamente e presuntuosamente a rifare il mondo daccapo, ma potranno diventare profezia facendo tesoro della memoria. In tutto ciò il rischio educativo è inevitabile: le cose più importanti della vita non hanno l’evidenza delle cose materiali, ma l’evidenza della fede, e per questo sono esposte alla comprensione o all’incomprensione, all’accoglienza e al rifiuto. Si ascolti la saggezza di Benedetto XVI:

Un progresso addizionabile è possibile solo in campo materiale. Nell’ambito della consapevolezza etica e della decisione morale non c'è una simile possibilità di addizione per il semplice motivo che la libertà dell’uomo è sempre nuova e deve sempre nuovamente prendere le sue decisioni. La libertà presuppone che nelle decisioni fondamentali ogni uomo, ogni generazione sia un nuovo inizio. Certamente, le nuove generazioni possono costruire sulle conoscenze e sulle esperienze di coloro che le hanno precedute, come possono attingere al tesoro morale dell’intera umanità. Ma possono anche rifiutarlo, perché esso non può avere la stessa evidenza delle invenzioni materiali.

Disponiamoci dunque a gustare le cose buone della fede per poi offrirle in maniera buona con quello che siamo, con quello che facciamo e con quello che diciamo. Convinciamoci che è nostra responsabilità consegnare ai figli qualche verità sul disegno di Dio e sulla bontà della creazione, sulla tragedia della colpa e sul dramma della redenzione, sul riscatto dal male e sulla destinazione alla vita eterna; soprattutto sull’assolutezza di Gesù – perché senza di Lui non possiamo fare nulla – e sul valore primo e ultimo della carità – perché senza di essa tutto il resto è vano. Non possiamo e non dobbiamo fare di più, ma questo lo possiamo e lo dobbiamo fare.

Itinerario

Per questo, lo schema degli esercizi seguirà la nascita, la morte e la trasformazione di Pinocchio da burattino a bambino, e sarà il seguente: 1. Il dramma della Creazione: abbiamo un Dio che è Padre e ci vuole suoi figli; 2. Il tragico della Redenzione: abbiamo un Dio che è Figlio e modella in noi la statura di figli; 3. La sorpresa della Risurrezione: abbiamo un Spirito che fa nuove tutte le cose e le porta a felice compimento. Più distesamente, Biffi spiega così:

Non ideologia ma verità, di sua natura universale ed eterna, è contenuta in questo magico racconto. Queste verità:

- Il mistero di un creatore che vuole essere padre. Pinocchio, creatura legnosa, origina dalle mani di chi è diverso da lui; è costruito come una cosa, ma dal suo creatore è chiamato subito figlio. C’è qui l’arcano di uno strano, gratuito, imprevedibile amore.

- Il mistero del male interiore. In questo libro è acutissimo il senso del male. E il male è in primo luogo scoperto dentro il nostro cuore. Pinocchio sa che cosa è il suo bene, ma sceglie sempre l’alternativa peggiore. E poi c'è il male esteriore, l’opera delle potenze del male. Soggiace sempre la persuasione di una natura decaduta, di una libertà ferita, di un’incapacità di operare la giustizia.

- Il mistero della mediazione redentiva. L’ideologia illuminista aveva diffuso nel mondo l’orgogliosa affermazione dell’autoredenzione dell’uomo, per cui l’uomo può e deve salvarsi da solo. Tutta la seconda parte del libro è costruita per smentire questa che è l’illusione dominante della nostra cultura.

- Il mistero del padre. Pinocchio non può restare prigioniero nel teatrino di Mangiafuoco, perché a differenza dei suoi fratelli di legno riconosce e proclama di avere un padre. Il senso del Padre è la sola sorgente possibile della liberazione dalle tirannie.

- Il mistero della divinizzazione. Noi possiamo essere noi stessi soltanto se siamo più di noi stessi, per un’arcana partecipazione a una vita più ricca; l’uomo che vuole essere solo uomo, si fa meno uomo.

- Il mistero del duplice destino. La storia dell’uomo, come è concepita e narrata in questo libro, non ha un lieto fine immancabile. Gli esiti possibili sono due: se Pinocchio si sublima per la mediazione della Fata, Lucignolo, che non è raggiunto da nessuna potenza redentrice, s’imbestia e muore irreversibilmente.


Capisaldi

Concludiamo l’introduzione agli Esercizi enunciando alcuni punti di insistenza che hanno accompagnato l’anno formativo, che ritroviamo nella narrazione di Pinocchio come parabola del disegno di Dio, e che possono e devono diventare terreno educativo comune.

1. C'è bisogno di adulti contenti di esserlo, uomini e donne che sono passati dalla ricerca di sé al dono di sé!

La mossa giusta contro l’idolo dell’adolescenza interminabile è quella di restituire attrattiva specifica e dignità morale all’ambizione di essere adulti. Ora, la qualità essenziale di questa figura è appunto la facoltà di tenere insieme al prossimo come se stessi. È necessario restituire prestigio al desiderio di chiudere presto e bene il lavoro di iniziazione, per essere riconosciuti all’altezza di provvedere ad altri […]. L’individuo che è capace di farsi prossimo è un adulto degno di sedere nel consesso degli umani; chi è capace di amare solo se stesso, non ancora (Sequeri)

Tutto il succo della storia è in questa parola: “perbene”, che non né il perbenismo, ma lo scoprire che si è fatti per il bene. Cioè per la verità, per la bellezza, per volere il bene per sé, per gli altri, per il mondo, e scoprire che questo è possibile, cioè che è possibile sentire tutto grande, tutto positivo (Nembrini)

2. Per crescere ci vogliono decisioni, atti e virtù. Non si cresce solo con pensieri e sentimenti, progetti e propositi: ci vuole buona volontà e ci vuole fedeltà!

E’ ingenuo credere che sia sufficiente esprimere con parole le proprie difficoltà, di esporle con il vivo desiderio di vederle accolte, affinché spariscano, come per incanto! Nella stragrande maggioranza dei casi, la sola presa di coscienza dei propri blocchi, accompagnata dal desiderio passivo della salute, si rivela insufficiente, se il risveglio e la scoperta del senso non si affidano anche, nel medesimo tempo, a una volontà reale di modificare concretamente alcuni dati della vita, operando rinunce o azioni necessarie. In caso contrario, le parole e le intenzioni rischiano di restare lettera morta (M. Nabati)

3. Non si deve vivere sotto sforzo, ma non si può eliminare ogni sforzo.  Non si educa saturando i figli di ogni benessere ed evitandogli ogni malessere!

Il principio per cui essere veri, essere se stessi, fedeli al proprio cuore, alla propria natura, al proprio desiderio, costi fatica, e che senza fatica non si approdi a niente, nell’educazione moderna manca totalmente. Quante volte ci tocca constatare che per tanti, troppi genitori volere il bene dei figli significa evitare loro ogni fatica e ogni dolore. Invece è il contrario! Eliminare la fatica e il dolore vuol dire eliminare la possibilità che diventino grandi. E quanti ragazzi, dagli anni ’60 ad oggi, hanno pensato che la liberazione fosse seguire il proprio istinto, il proprio piacere immediato (F. Nembrini).


Il dramma della Creazione

In compagnia di Pinocchio e soprattutto nella luce della Rivelazione, meditiamo oggi sulla notizia più bella in assoluto, la notizia per la quale la vita ha senso, e senza la quale la vita smarrisce ogni senso, la notizia di una pienezza e di una salvezza che da soli neanche ci sogneremmo: abbiamo un Creatore che è Padre, e dunque non siamo dei prodotti, ma dei figli! Siamo mortali, ma chiamati per grazia a condividere la vita che non muore! Siamo finiti ma partecipi dell’infinito! Siamo miseri, ma eternamente misericordiati! Desideriamo amore, e Dio, che è Amore, porterà a compimento il desiderio di amore che Egli stesso ha posto nel nostro cuore.

Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! La ragione per cui il mondo non ci conosce è perché non ha conosciuto lui. 2Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è (1Gv 3,1-2).

Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà (Ef 1,3-6).

E mediteremo sul fatto che se essere figli è grazia e libertà, gli atteggiamenti fondamentali della vita sono la gratitudine e la libertà. Altrimenti ci sarà risentimento e schiavitù. L’alternativa è secca, da sempre: o ringraziarsi o esaltarsi, o ricevere la vita come dono o appropriarsi del dono della vita, o ragionevole umiltà o stupido orgoglio: non ci siamo dati la vita, e men che meno la vita divina.

Il miracolo di una creazione orientata alla generazione trova in Pinocchio, già nei primi capitoli, una quantità impressionante di dettagli.


L’intrigo degli inizi

C’era una volta... Un re! diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.

Buoni entrambi gli incipit! Se c'è Dio, è chiaro che tutto parte da Lui, ma se ci siamo noi uomini, va bene partire da noi. Nessun dubbio sul primato di Dio, ma noi si parte dall’enigma dell’esistenza. Ricordare Giovanni Paolo II: “l’uomo è la via della Chiesa”. 

Se in principio c'è il re, l'attenzione primaria deve essere per lui. Dio, se esiste, non tollera di essere posposto o di essere sottinteso, neppure metodologicamente, neppure per un istante. Nulla è più comico dell'asserita opportunità di comportarci “come se Dio non ci fosse”. Collodi, che pone all'inizio del suo discorso un pezzo di legno, riesce alla fine a raggiungere il Padre. Tutte le sistemazioni teologiche sono possibili, purché nessuna sia mutilante. Ogni verità può offrire l'avvio, purché sia cattolica, cioè non amputata, e sia accettata e svolta in tutte le sue conseguenze (Biffi).

Il Ribaltamento di Collodi ha un valore profondo. Perché in realtà noi, dal punto di vista dell'esistenza, nella vita reale, non avvertiamo come primo il problema di Dio. A 14, 15 anni, quando la vita inizia a ferirti davvero, a far sorgere le domande vere, la prima domanda che nasce non è se Dio esista o no. Quella è la seconda. La prima domanda che sorge non è la domanda su Dio, ma sono altre: “perché si muore? perché tutto questo dolore? Cos'è questa attrattiva misteriosa che mi trascina verso quella ragazzina tanto da farmi vivere una dedizione totale, che mi fa dire o con lei o la vita non è niente? Come si fa ad amare davvero? E poi come si fa a perdonare? Sarà vera la notizia che gira da duemila anni che uno è morto e poi è risorto? La domanda su Dio viene dopo. Viene prima la realtà. Viene prima la domanda sulle cose, sulla vita. E’ lì che si insinua piano piano – e poi va educato – il vero sentimento religioso, cioè la domanda su Dio e sull’essere (Nembrini).


L’umanesimo cristiano e il dramma dell’umanesimo ateo

Di fronte al “pezzo di legno” con cui esordisce il racconto, lo scontro fra Mastro Ciliegia e Mastro Geppetto è emblematico e radicale: rappresentano due visioni del mondo incompatibili. Il primo guarda la realtà senza mistero, l’altro vede la realtà penetrata dal mistero. Il primo pensa che sia tutto qua, il secondo pensa che c'è dell’altro. L’uno si limita a ciò che si vede, si tocca e si misura, l’altro si apre all’invisibile, all’ignoto, all’incommensurabile.

Non per niente Benedetto XVI invitava a riaprire la questione di Dio, e quindi riaprire gli spazi della ragione. Scienza e fede non si contraddicono, perché unico è il reale e unica la logica che lo comanda; ma esiste anche l’incredulità della scienza che si chiude in se stessa (Mastro Ciliegia), ed esiste la creduloneria di chi si lascia manipolare da false promesse (Pinocchio).

Lo scontro fra i due falegnami è lo scontro fra due logiche. L’uno dice: “un pezzo di legno non è che un pezzo di legno”; l’altro dice: “ne farò un burattino meraviglioso”. Alla fine, mentre il burattino meraviglioso di Geppetto diventa addirittura un bambino, e dunque sperimenta una realtà più grande di quanto poteva immaginare, Mastro Ciliegia, per non voler considerare un’ipotesi che va al di là del misurabile, deve negare il dato di realtà: “si vede che me lo sono sognato”. Biffi ne parla intitolando il capitolo “Le sorprese del materialista e la radice eterna del nostro essere”:

I princìpi di tutti i mastri Ciliegia sono chiari e indiscussi. Primo: solo ciò che si vede si tocca è vero; il resto è abbaglio, frode, superstizione, sovrastruttura. Secondo: solo ciò che è sempre capitato può capitare; se è avvenuto qualcosa di diverso è segno che non è avvenuto. Terzo: un pezzo di legno è solo un pezzo di legno… Ma L'uomo è obiettivamente un sovversivo. Emerge da un frammento di materia che non si lascia travolgere dall'andamento generale delle cose, e cresce e si evolve secondo una linea inedita, unica, capricciosa. Con la sua comparsa l’armonia della natura è rotta per sempre virgola e ogni equilibrio ecologico ha ogni epoca e rimesso in crisi. Chi sa che esiste lo Spirito non se ne meraviglia. I tipi come il mastro Ciliegia, In nome del buon senso arrivano sempre alla stessa conclusione: io non lo posso credere (Biffi).

Se hai già deciso che oltre il pezzo di legno non c'è niente, ti tocca chiudere la porta e far finta che di là non ci sia veramente niente; e allora quel che potrebbe esserci fa paura, perché negherebbe quello che credi di sapere, distruggerebbe l’immagine che hai già di te e del mondo. L’uomo moderno rifiuta l’ipotesi che il mistero possa essergli amico, e perciò ne ha paura. La paura è la cifra dell’uomo irreligioso. Mentre l’appello dell’uomo religioso è “non abbiate paura”, dal “non temete” così spesso ripetuto da Gesù nei Vangeli al “non abbiate paura” con cui Giovanni Paolo II inaugurò il pontificato e che papa Francesco ha ricordato… Il razionalismo diventa poi ideologia, e finisce sempre con il bisogno di un nemico da far fuori. Perché se tu hai deciso che la realtà deve essere in un certo modo, ma il mondo non è come tu hai deciso che deve essere, l’unica ipotesi seria – se il mistero non c’è, se Dio non esiste – è questa: ci deve essere qualcuno, il nemico, che mi vuole ingannare (Nembrini).


Il tempo nell’eterno

Come creature siamo di base finiti e mortali, ma siamo pensati da Dio, e quindi abbiamo una radice eterna: le nostre sorgenti sono in Dio, e perciò il tempo è attraversato dall’eterno. Ci viene dato un nome sulla terra, ma il nostro nome è scritto in cielo, ed è di questo che possiamo radicalmente rallegrarci (Lc 10,20). Non siamo nati per morire, ma per vivere, e non per accontentarci, ma per essere contenti! Il tempo passa, ma la vita resta. Le cose del mondo passano, ma quelle del cielo restano!

Pinocchio non è frutto del caso: è stato vagheggiato e voluto prima ancora di esistere; anzi esisterà appunto in forza di questa meditata decisione. Se sono stato progettato, la mia esistenza a un senso; se non sono stato progettato diventa ingiustificato ogni tentativo di esistenza non casuale. Chi non preesiste in qualche modo dall'eternità non può trovare spazio nell'eternità ed è destinato a perire; chi in qualche modo affonda nell'eternità le radici del suo essere è fatto per vivere eternamente. Il vero mistero dell'universo non è l'esistenza di Dio. Il vero mistero dell'universo è la mia esistenza, l'esistenza di qualche cosa oltre l'assoluto distinto da lui. La visione di un Dio che decide di creare è senza dubbio eccedente ogni comprensione, ma è un'oscurità che illumina l'esistenza. Il creatore resta nascosto e incomprensibile, ma io ne vengo chiarificato. Questa è la prima ragione della gioia: è la gioia di sapermi visto e voluto da sempre (Biffi).


Figli nel Figlio

La cosa meravigliosa è che la creazione non è semplice produzione di realtà, ma produzione di realtà filiale. Noi siamo creati in Cristo, siamo creati nell’eterna generazione del Figlio. Sin dall’eternità di Dio siamo predestinati ad essere figli nel Figlio.

La nascita di Pinocchio ha tratti sorprendenti. A partire dal proposito di dare nome al burattino, cosa che non si fa con un pezzo di legno, e non lo si fa ancor prima di fabbricarlo: radici eterne della nostra identità: “Appena entrato in casa, Geppetto prese subito gli arnesi e si pose a intagliare e a fabbricare il suo burattino. — Che nome gli metterò? — disse fra sé e sé. — Lo voglio chiamare Pinocchio”.

La decisione di creare si accompagna dal principio a quella di essere padre: prima di accingersi ha lavorare il pezzo di legno, Geppetto in qualche modo lo diventa assegnandogli un nome, e Pinocchio non è ancora finito di costruire che, contro ogni ragionevole attesa viene chiamato a essere figlio: “birba di un figliolo”. Siamo così immediatamente informati il che il progetto del creatore, già sorprendente in se stesso, in realtà è infinitamente più strabiliante di quanto poteva apparire all'inizio (Biffi).

Inoltre, Geppetto gli dà il suo nome, perché Pinocchio è come Geppetto, diminutivo di Giuseppe, e viene ideato come un burattino eccezionale, con caratteristiche simili a quelle dell’uomo: “Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino di legno: ma un burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali”.

Nella tradizione cristiana Giuseppe è il falegname per eccellenza, il papà di Gesù e quindi in qualche modo il papà di tutti; perciò, dento una favola, Giuseppe non poteva che essere il nome di Dio. Subito dopo, non può non affacciarsi alla memoria la Bibbia, quando dice che Dio pensa di fare l’uomo a sua immagine e somiglianza: un essere eccezionale, diverso da tutte le altre creature, che non solo sia qualcuno, ma possa essere compagno… non siamo capitati, siamo voluti… non veniamo dal caso, non finiamo nel caso, la vita non è un assurdo senza inizio e senza fine, ma è un dono ricevuto, un atto d’amore per cui ciascuno di noi è pensato dall’eternità e atteso nell’eternità (Nembrini)

Appena fabbricato, Collodi ha un’annotazione sorprendente, apparentemente contraddittoria: “Quando ebbe trovato il nome al suo burattino, allora cominciò a lavorare a buono, e gli fece subito i capelli, poi la fronte, poi gli occhi. Fatti gli occhi, figuratevi la sua maraviglia quando si accorse che gli occhi si movevano e che lo guardavano fisso fisso”. L’uomo ammira molte cose, ma in fondo il suo desiderio mira a Dio: 

L’annotazione di Collodi parrebbe contraddittoria, ma ha una sua verità: la ricerca dell'uomo trascorre incontenibile su tutti gli oggetti, ma l'attenzione genuina del cuore è diretta a Dio (Biffi).

Tutt’e due le cose, perché da questo momento gli occhi di Pinocchio saranno esattamente come i nostri: attirati da tutto, da tanta bellezza che abbiamo intorno, sempre all’inseguimento dell’attrattiva di ogni cosa che incontriamo; eppure con lo sguardo sempre fisso in un punto. Come suggerisce il bellissimo verbo cum-vertere consegnatoci dalla tradizione latina, da cui in nostro convertire: spostare, centrare lo sguardo. Conversione significa appunto fissare lo sguardo su ciò che conta davvero. I nostri occhi dovrebbero sempre avere questa doppia funzione: guardare, abbracciare le cose, stimare la realtà tutta, con una curiosità irrefrenabile, in un continuo movimento; ma al tempo stesso a rimanere fissi sull'unico oggetto, sull'unica persona che conta, l'unica persona che vale la pena guardare davvero. Cercando di non “divertirsi”, perché nell'etimologia della parola divertimento c'è la diversione, che è il contrario della conversione. Intendiamoci, non si sta parlando contro il divertimento inteso come gioia di vivere, perché quella è anzi una caratteristica del cristiano; si parla di quel divertimento che è distrazione, che ci strappa a noi stessi (Nembrini).


Il dramma di Dio

Scrive Biffi, commentando il terzo capitolo di Pinocchio, quello che presenta la creazione di Pinocchio unitamente alle sue prime “monellerie”: “Geppetto diventa padre e comincia a soffrire”. Tra l’altro – nota Biffi – “a differenza dei bambini che vengono al mondo piangendo e suscitando il sorriso dal padre, Pinocchio entra nell'esistenza ridendo e facendo piangere. Ma al di là della fiaba questa è la storia dell'uomo”. Ecco l’insegnamento perenne delle Scritture: L’incanto delle origini (Gn 1-2) è subito segnato dal peccato originale (Gn 3-12). È il tragico passaggio dal ricevere la vita all’appropriarsi della vita. È la vertigine della libertà, dono di Dio che ci fa addirittura assomigliare a Dio perché partecipi del suo potere creativo, che fin da subito si dimentica di essere dono di Dio.

Appena fatta la bocca, “non era ancora finita di fare, che cominciò subito a ridere e a canzonarlo”. Ecco l'inizio di un crescendo che arriverà fino a quello che la Bibbia chiama peccato originale: la fuga dal padre, dalla casa paterna. Qual è il peccato originale? Il peccato originale è l'orgoglio dire cosa cioè la presunzione di darsi la vita da sé. Ora Pinocchio, l'uomo, nel momento stesso in cui sta ricevendo la vita, comincio già a provare la tentazione dell'orgoglio. Io non dipendo da nessuno, io non ho bisogno di nessuno (Biffi).

Cos'è il peccato originale'? È il passaggio dall’obbedienza all’arbitrio, dal decidere di sé al decidere da sé. È l’abisso che si apre fra la verità della libertà come frutto dei legami alla menzogna di una libertà senza legami. È il mito moderno della pura autonomia, che propriamente non sta né in cielo né in terra (noi siamo esseri familiari e Dio è un essere trinitario!). È insieme la vertigine di Dio che ci crea liberi e se ne assume le conseguenze, ed è la vertigine dei genitori e dei figli nel vivere bene affetto e distacco, laddove ogni genitore è chiamato a prendersi cura e lasciare andare, e ogni adolescente è chiamato ad unire e non separare obbedienza e indipendenza. Occorre insomma rendersi conto che la libertà è certo indipendenza e autonomia, ma viene dai legami e tende ai legami, viene da una famiglia e vuole fare famiglia.

Geppetto fa come Dio: Geppetto promuove l’indipendenza di Pinocchio, ma fin da subito patisce l’insolenza e l’irriverenza di Pinocchio; il Creatore ci crea liberi per amare, ma fin da subito patisce il distacco delle sue creature:

“Geppetto lo conduceva per mano per insegnargli a mettere un passo dietro l’altro” (Os 11,3) - L'ipotesi di un Dio che crea e poi attende soltanto ai fatti suoi, è così irragionevole che solo uomini dediti al culto esclusivo della ragione possono lasciarsene affascinare… Ma appena è in grado di reggersi e di camminare, il burattino chiamato a essere figlio cerca di uscire di casa. Il primo gesto autonomo dell'uomo è spesso quello di allontanarsi dal padre. Gli pesa così tanto l'amore di chi gli ha dato la vita, che il giorno in cui riesce a sottrarvisi gli può apparire il giorno della raggiunta maturità (Biffi).

Ecco allora il dramma di Dio, e il dramma dei legami familiari:

Dovevo pensarci prima, ma ormai è tardi (vedi Gn 6,6: “Il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo”). Il senso di queste espressioni è di farci conoscere quanto sia grande l’orrore divino per la prevaricazione morale. In realtà, il Signore non viene nemmeno sfiorato da questo pensiero: Colui che crea non vuole diventare affatto colui che distrugge. Il nulla è una partenza per l'azione onnipotente di Dio, ma non è mai una meta. C'è una fedeltà assoluta e incondizionata all'iniziativa creatrice. Il che è molto consolante per noi ed è rimedio efficace contro i ricorrenti terrori che ci affliggono a causa del sentimento della nostra precarietà (Biffi).

“Ormai è tardi”.  Come fa ad essere tardi per Dio? E tardi nel senso che non può più tornare indietro, che la scelta è irrevocabile. Deciso di creare l'uomo, pagherà questa scelta fino alle estreme conseguenze, fino alla morte di croce. Non è un'affermazione confessionale, non è questione di credere alla Bibbia oppure no: a chiunque sia padre o madre quest'idea non può non far tremare le ginocchia (Nembrini).

Il dramma diventa anche culturale, sociale. Quando premurosamente Geppetto corre dietro a Pinocchio che manca di rispetto al padre e si mette nei guai, Pinocchio riceve compassione e Geppetto viene messo in prigione: “povero burattino – dicevano alcuni – ha ragione a non voler tornare a casa! Chi lo sa come lo picchierebbe quell’omaccio di Geppetto! Quel Geppetto pare un galantuomo, ma è un vero tiranno coi ragazzi”. Fuori dalla casa del Padre, tutto si capovolge, e anche la ragione sragiona. Chi perde il Padre trova adroni, chi disonora l’autorità paterna trova le forze dell’ordine.

Conseguenza del peccato originale è la questione del potere, della giustizia, degli strumenti di comunicazione. Colpisce questa dinamica: l'istituzione che vorrebbe fare la cosa giusta a un certo punto cambio parere. C'è in ballo, anche, la questione della democrazia. Detto in parole povere: non sempre l'opinione della maggioranza è quella giusta. A volte servire la verità costa la vita, proprio perché va contro l'opinione pubblica. Il primo referendum della storia è stato quello fra Gesù e Barabba, e non è che la maggioranza ci abbia proprio azzeccato… Anche perché i sommi sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a richiedere Barabba e a far morire Gesù. Fatto sta che Pinocchio si ritrova libero. L'equivoco del carabiniere, delle istituzioni finisce per esaudire il suo desiderio sbagliato: identificare la libertà, la vera vita, con la possibilità di fare a meno del padre. L'equivoco si perpetua: proprio per il debito che paghiamo la cultura in cui siamo nati e vissuti dalla rivoluzione francese in avanti, identifichiamo la libertà con il fatto di non dover dipendere da nessuno. In realtà, più una persona ha legami e più è ricca, ha una personalità forte, altro che non dipendere da nessuno. È esattamente il contrario. La forza di una persona è la sua storia, cioè i legami che ha, la tradizione da cui proviene, quel che c'è dietro, la ricchezza di un passato. L’idea che la libertà sia non avere “né un padre né un padrone”, come diceva uno slogan del Sessantotto, cioè l’idea che l’individuo sia tanto più se stesso quanto meno ha relazioni, è veramente una menzogna, forse la menzogna più grave della modernità.

Di fatto, Pinocchio finisce alla fame, ma, nella figura del Grillo parlante, che viene ucciso ma non smette di vivere, la sua coscienza di figlio non viene del tutto meno:

In Pinocchio ci sono tanti animali, ma solo il grillo è parlante, è la voce per eccellenza, è la coscienza morale, l’eco di quella immagine e somiglianza con cui Dio ci ha fatti. Pinocchio si libera del padre, ma non riesce a farlo fino in fondo: perché tu puoi anche negare di essere figlio, ma qualcosa ti rimane addosso, perché è nella tua natura. Il Grillo parlante è l’immagine di noi che aveva Dio nel crearci, è il cuore dell’uomo, la sua natura più profonda, che in qualche modo continua a esigere risposte alle domande fondamentali della vita (Nembrini).


La miseria dell’uomo e la misericordia di Dio

Sorprendente la reazione di Geppetto quando ritrova Pinocchio coi piedi bruciati e gli chiede di salvarlo, reazione degna di Lc 15, la parabola del Padre misericordioso. Pinocchio, come il figliol prodigo, rientra in se stesso, vuole ritrovare il padre ma non lo può con le sue forze (“Aprimi, ti dico! – Non posso, mi hanno mangiato i piedi” = “trattami come l’ultimo dei tuoi servi”), ma il padre stesso lo riabilita a sentirsi figlio: la salvezza è eternamente disponibile, ma per essere salvati bisogna lasciarsi salvare! Reciprocamente, se c'è almeno un desiderio e un’invocazione di salvezza, l’iniziativa è poi sempre del Padre. Geppetto bussa alla porta, si fa riconoscere, poi si intenerisce, si toglie il pane di bocca, si leva i vestiti, vende la casacca per comprare l’abbecedario a Pinocchio. Geppetto fa come Dio, ricrea, rigenera la relazione, torna a condividere tutto di sé: davvero “eterna è la sua misericordia” (Sal 136), davvero “sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20).

Finalmente, sul far del giorno, Pinocchio si svegliò, perché qualcuno aveva bussato alla porta. “Chi è?”, domandò sbadigliando e stropicciandosi gli occhi. “Sono io”, rispose una voce. Quella voce era la voce di Geppetto… Da principio voleva dire e voleva fare; a poi, quando vide il suo Pinocchio sdraiato interra e rimasto senza piedi davvero, allora sentì intenerirsi; e presolo subito in collo, si dette a baciarlo e a fargli mille carezze e mille moine, e, coi luccioloni che gli cascavano giù per le gote, gli disse singhiozzando: “Pinocchiuccio mio! Com’è che ti sei bruciato i piedi! (Collodi)

All’invocazione del padre, addirittura Mangiafuoco si intenerisce, e Pinocchio ottiene grazia anche per Arlecchino. A differenza degli altri burattini, Pinocchio ha un padre, ed è questo che lo salva dai poteri del mondo!

“Babbo mio, salvatemi! Non voglio morire, no, non voglio morire”. Proprio sul punto di essere gettato nel fuoco, Pinocchio prorompe in un grido disperato. E questo grido cambia tutto. Ecco, la differenza tra Pinocchio e gli altri burattini sta tutta qua: Pinocchio ha un padre. È il fatto di avere un padre che lo salva dal potere. Il fatto straordinario attestato da Collodi è che nell’uomo c'è un punto che, se gli siamo fedeli, ci garantisce un’ultima libertà da ogni potere. È una questione decisiva. Perché siamo immersi in una cultura paradossale: da un lato proclama che l’uomo deve fare tutto di testa sua, secondo l’impulso del momento; e al tempo stesso pretende di dimostrare scientificamente che dipendiamo in modo assolutamente necessario da leggi biologiche e sociali. “Crediamo di essere liberi – scriveva per esempio Piero Angela in un libro che non a caso si intitola L’uomo e la marionetta – mentre la biologia ci dimostra che siamo delle macchine chimiche completamente condizionate dai cromosomi e dall’ambiente che ci circonda. Le nostre idee e il nostro comportamento non sono affatto scelti liberamente, ma sono il risultato di un’azione combinata dell’eredità e dell’ambiente”. Da questo punto di vista occorre sfatare uno dei dogmi culturali della modernità, che ci ha voluto far credere che proprio la Chiesa fosse la negazione della libertà, perché fatta di leggi cui sottostare, di una verità da imporre, di un Padre da servire. Ma se non c'è questa verità, se non c'è questo Padre all’origine e alla fine, allora veramente il potere ti possiede, veramente non hai alternativa. Bisognerebbe cominciare a ridire con un po’ più di coraggio, insieme ai padri della chiesa, che dove c'è la fede c'è la libertà; ubi fides ibi libertas, secondo la grande formula di sant’Ambrogio (Biffi)

L'immagine di Geppetto che sul far del giorno finalmente sveglia Pinocchio è l'immagine di quel che fa Dio. Perché Dio bussa sempre, in mille modi, attraverso le circostanze in cui ci mette. Il problema è che non può entrare se non li apriamo. Non c'è bisogno di spalancare la porta: a lui basta una fessura e allora entra e butta per aria tutto. Ma una fessura ci deve essere. Dio non butta giù la porta chiusa. Non si permette di farlo, per amore alla nostra libertà. Però bussa e si siede aspettando… La condizione dell’uomo è misteriosa: anela all’infinito ma non riesce a raggiungerlo. Pinocchio è così: sente la voce del padre, vorrebbe raggiungerlo, lo desidera; ma coi piedi bruciati non ce la fa. Ma se la porta è chiusa, irraggiungibile da pinocchio, Geppetto si inventa un’altra strada. Se gli uomini non riescono ad arrivare a Dio, Dio si deve inventare un modo nuovo per incontrarli: e tira fuori quella trovata incredibile che è l’Incarnazione… Commento di Pinocchio: “non ci sono che i babbi che siano capaci di certi sacrifici” (Nembrini)


L’altra faccia della medaglia

In Pinocchio, Collodi, insieme alla nostalgia di un padre buono e di buoni legami, fa risuonare anche l’amarezza di legami scarsi in famiglia, nello stato, nella religione. Pinocchio non trova nessuno che riconosca le sue potenzialità e faccia emergere la sua singolarità: Mastro Ciliegia non lo ritiene altro che un pezzo di legno, Geppetto lo fabbrica per portarlo in giro e “buscarsi un tozzo di pane”, il femminile è assente o esangue, le figure vicarianti sono scadenti.

Mastr’Antonio ha tra le mani un pezzo di legno che brilla per eccezionalità e tutto ciò che sa immaginare è di farne una gamba di tavolino. È un esempio preoccupante di disconoscimento delle potenzialità di un figlio, ma anche del rischio di avvertire in sé il richiamo individuativo e di disconoscerlo, ignorarlo, soffocarlo. Così come mastr’Antonio non è all'altezza della singolarità di Pinocchio, si può non essere all'altezza della personale singolarità. Egli è il primo a entrare in contatto con l'essenza individuativa di Pinocchio, ma anche il primo a ignorarla e a rifuggirla sbigottito: la sua presenza è irrilevante ed evacua nell'esistenza del burattino.

Nemmeno Geppetto è immune dallo sgomento nell'assistere alla prorompente soggettività di Pinocchio, all'impeto del suo stile comportamentale. Ma a suo modo, Geppetto avverte dentro di sé una confusa propensione alla paternità. Ma il maschile di Geppetto non brilla per virilità: investe la sua creatura di aspettative eccezionali, perché coltiva sogni miseri ma pur sempre grandiosi. Pinocchio viene al mondo per un sogno di gloria, avvolto fin dall'inizio in fantasie grandiose di basso profilo. Il burattino è il supporto protesico delle inabilità di Geppetto, l'estensione efficiente delle sue inefficienze. Di Geppetto colpisce la modestia del disegno esistenziale e l'utilitarismo della motivazione parentale: vuole un figlio che viva di niente e che consenta a lui di sbarcare il lunario da mendicante.

Il padre è un archetipico mediatore culturale, perché è la figura di mediazione tra il collettivo e il soggettivo, ma Geppetto non è efficace nel presentare a Pinocchio il codice del mondo né nel presentare al mondo il codice dell'anima di Pinocchio, cioè la sua singolare eccezionalità. Per Pinocchio non è un polo di identificazione maschile: non sa impersonare né un principio normativo rigoroso né un principio soggettivo solido. Pinocchio rimane un burattino; fintanto che Pinocchio è un burattino, Geppetto non è un padre. Maschi inabilitati a personificare il paterno psicologico e figli incapaci di costellare in sé l'archetipo del padre sono due aspetti di un unico fenomeno psichico, figure consuete in un mondo collettivamente segnato dal narcisismo.

E così entra in gioco una trafila di figure vicarianti ma scadenti: il Gendarme e Mangiafuoco. Nell'attuale psiche collettiva, si vedono molto individui pinocchi inflazionati di narcisismo, ma altrettanti padri geppetti che non sanno cogliere e coltivare la grandezza individuativa dei figli; che non agevolano nei figli il costellarsi dell'archetipo paterno. Il padre archetipico coltiva l'elevazione del figlio con realismo critico e concretezza di mezzi. Serve la grandezza dell'adulto per fare grande il giovane: la conoscenza del mondo, l'esperienza di vita, il rigore dell'intransigenza improntano l'esame di realtà prima che la voglia di espandersi nella realtà. Pinocchio non apprende il principio di realtà attraverso la tenerezza di Geppetto, ma nell'incontro con uomini di pragmatici e realisti.

Pinocchio vive un habitat archetipico dove il femminile è vistosamente assente. Pinocchio è figlio unico di padre scapolo. Quando apre i suoi occhi di legno, accanto a sé non vede una mamma né alcun’altra donna e dentro di sé non risuona alcun archetipo materno. Deve attraversare vicende non poche e non poco angoscianti, prima di intravedere una figura femminile. Il non-esserci della madre e il non-esserci come madre è l’aspetto più elementare e più tremendo della Madre. Precede qualunque cosa di brutto una mamma possa rappresentare e supera in frustrazione qualunque cosa di nocivo possa fare… In mancanza di un desiderio che lo attende, di un cuore che lo accoglie, di una mente che lo pensa, il piccolo individuo percepisce il mondo come impersonale e raggelante e se stesso come estraneo e insignificante; prende corpo un’assenza di senso, che a volge non basta una vita a riparare. L’immaterialità della grande Assenza si attenua di poco nella figura della Bambina esangue, che possiede una certa materialità, ma rimane impalpabile, inconsistente, spettrale. La bambina che aspetta la bara è immagine raggelante di un femminile spento, devitalizzato, già morto o non ancora vivo. L’archetipo femminile si presenta a Pinocchio attraverso il “complesso della madre morta”. Spesso non è morta fisicamente, ma bambinescamente centrata su di sé, fisicamente presente e affettivamente assente, viva per l’anagrafe e devitalizzata nella relazione, intenta a coltivare interessi e ambizioni che attengono alla propria soggettività e non a quella del figlio. Così Pinocchio si attiva da solo per affrontare l’esistenza, simulando un’onnipotenza che trasuda impotenza, un’autosufficienza che è intolleranza della dipendenza, un brio che simula maturità e che compensa l’infantile incompetenza a vivere. È il ritratto fedele di figli che popolano la contemporaneità, nati in assenza di madri, generati da donne dedite al lavoro o centrate su di sé, impazienti di cancellare i segni fisici della maternità e di tornare alle forme della femminilità, avide di stimoli e di eccitazioni, assorbite da progetti di viaggi e di vita sociale, frementi di desideri personali e incapaci di incarnare una figura desiderante nella percezione del bimbo.

In sintesi, ecco il profilo psicologico di un buon padre:

Nel suo essere grande rispetto al figlio, il padre archetipico è esemplare: è forte, saggio, retto, nobile. Ma mentre il maschile si batte per la propria grandezza, il paterno si adopera per la grandezza dei figli; il padre non è padrone, ma Signore. Non alleva prolungamenti narcisistici di sé; nel suo proteggere, orientare, elevare la singolarità dell'altro da sé, rinuncia a fare del figlio una protesi delle proprie inadeguatezze. Egli è esemplare nell'abdicare all'egocentrismo e all'uso strumentale dell'altro, ed è un potenziale di auto-trascendenza e un esempio di superamento del narcisismo. Pinocchio è rappresentante molto attuale di una generazione senza padri, di padri molli come Geppetto, amabili e melliflui come l'Omino burroso, miopi come mastr’Antonio nei confronti della grandezza individuativa dei figli, incapaci di un progetto di elevazione all'altezza della loro singolarità.

Widman, tuttavia, intravede comunque in Geppetto il profilo del padre. Certo, più un padre immaginato che incarnato:

Geppetto rimane l'unico, vero padre di Pinocchio. Appunto il pensiero costante e lancinante del suo povero babbo è il riferimento paterno più stabile e incorruttibile, ma è un riferimento tutto interiore, più immaginario che concreto. Pinocchio mostra che il padre è un'immagine archetipica e non una figura empirica. La possibilità di costellare dentro di sé un archetipo di padre in assenza di un babbo concreto sta nell'incontro con figure vicarianti che consentono di canalizzare la libido narcisistica verso mete individuative e di non rimanere intrappolato nel narcisismo patologico.

Geppetto, insomma, alcune cose giuste le fa:

Geppetto subentra là dove Mastro Ciliegia fallisce: dà al legno sembianze antropomorfe, gli impone un nome (il proprio, giacché ino equivale a Geppetto come diminutivo di Giueseppe), lo mette in condizione di reggersi in piedi. E lo lascia scappare… Il maggior regalo di Geppetto al suo burattino non è la tenerezza, ma un’incondizionata dedizione… Alla fine, partito per salvare il figlio, Geppetto viene salvato dal figlio.


Per la revisione di vita

1. Per superare il narcisismo che ci lascia insieme deboli e presuntuosi, la prima cosa è riconoscere la dignità di figli di Dio e vivere come tali. Quanto opera in me la coscienza filiale? In cosa continuo a guardarmi addosso invece che guardarmi come mi guarda Dio?

2. La libertà si genera nei legami di origine e dà origine a nuovi legami. La vera libertà è riconoscente e obbediente nei confronti dei legami che la precedono e che la accompagnano. Come aiutiamo i figli e le figlie a dipendere e ad essere indipendenti al tempo stesso, a non scappare di casa e non rifugiarsi a casa?

3. Per non tirar su figli e figlie narcisi, c’è bisogno di adulti, di padri e madri che incarnino la tenerezza e la fermezza necessarie per propiziare identità solide e non fragili, generose e non bisognose. Quanto valorizzo la mia paternità, la mia maternità? Quali i nostri punti di forza? Quali i nostri deficit personali, coniugali o genitoriali?


Don Roberto Carelli sdb

Esercizi Spirituali Adma - Pracharbon 2026.


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