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LA NOSTRA FEDE, LA FEDE DEI NOSTRI FIGLI.“LA FEDE OPERA PER MEZZO DELLA CARITÀ” (GAL 5,6): LA FEDE E LA BENEVOLENZA.

  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 10 min

Ripassiamo e facciamo ancora un passo, decisivo, sul tema della fede. La fede non rinuncia all’intelligenza, ma la richiede e la illumina. La fede non è rinuncia alla libertà, ma la richiede e la rende veramente libera, e libera per amare. La fede ha come prima condizione la santa indifferenza, la disponibilità alla novità e alla generosità di Dio, alla sua sapienza e alla sua potenza d’amore. Ed ha come seconda condizione l’obbedienza filiale, che fa passare dal sapere al vivere, dal dire al fare. Quando ci sono queste condizioni, la fede sperimenta la provvidenza di Dio, che arriva dove noi non arriviamo in maniera a volte misteriosa ma sempre molto concreta. Poi la fede è messa alla prova, e dunque comporta il delicato e difficile compito di affrontare la sofferenza: è così vero che anche Gesù ha rivelato il volto di Dio e, insieme a Maria realizzato la figura di un’umanità nuova mediante la croce. Ed ora, in clima pasquale, accostiamo quell’aspetto della fede senza il quale compromette tutti i passaggi precedenti. L’idea di fondo è l’unità delle virtù teologali: la vera fede non sta mai senza la speranza e senza la carità. Essa sta a fondamento della speranza e della carità, ma a sua volta si muove nella speranza e si realizza nella carità. Essendoci già dedicati al tema della speranza, vediamo più da vicino il legame che la fede intrattiene con la carità. Qui ritroviamo l’ispirazione di fondo di tutto l’itinerario, quella proposta dal Rettor maggiore, don Fabio:

Il focus specifico di questo anno è il legame forte e decisivo tra la fede che ci rimette in piedi e la missione che ci invita a prendere il largo. Il filo rosso è la convinzione che la fede salva, rialza e invia. Se è viva, la fede si fa carità concreta verso tutti, azione appassionata verso i più bisognosi, attenzione privilegiata ai più piccoli e ai più poveri.


La fede e la Chiesa

Primo grande chiarimento, a fronte di una visione intimistica, soggettivistica, arbitraria della spiritualità, della religione e della fede, è che la fede è sempre intima e pubblica, personale ed ecclesiale. La fede, ben intesa, non sta solo nello spazio delle convinzioni, ma delle relazioni. Non si crede da soli, si crede insieme. Nella fede tutto deve essere personalizzato e socializzato: non fosse così, non ci sarebbe limite all’errore, all’eresia, all’arbitrio, al delirio religioso, tutte cose che nella storia hanno fatto tanti danni. Di più, la stessa fede personale si è accesa nella testimonianza di altri, nella fede della Chiesa.

Ascoltiamo Benedetto XVI e papa Francesco:

È impossibile credere da soli. La fede non è solo un’opzione individuale che avviene nell’interiorità del credente, non è rapporto isolato tra l’“io” del fedele e il “Tu” divino, tra il soggetto autonomo e Dio. Essa si apre, per sua natura, al “noi”, avviene sempre all’interno della comunione della Chiesa, Questa apertura al “noi” ecclesiale avviene secondo l’apertura propria dell’amore di Dio, che non è solo rapporto tra Padre e Figlio, tra “io” e “tu”, ma nello Spirito è anche un “noi”, una comunione di persone (LF 39)


Quest’ultima osservazione dischiude un secondo chiarimento: la fede è teologale ed ecclesiale, è effusa da Dio e condivisa nella Chiesa, perché si accende nel dono dello Spirito che è il grande frutto della Pasqua dalla quale nasce la Chiesa come nuova umanità, come popolo di Dio, come corpo di Cristo, come sposa del Signore. Ora, lo Spirito, che è l’Amore fatto persona del Padre e del Figlio, compie in noi, nella fede e nei sacramenti, il miracolo dell’amore, che non è solo un fronteggiarsi di due individualità, ma un parteciparsi, un appartenersi, che nel caso del matrimonio è un compenetrarsi di anime e corpi. Ecco cosa fa la fede: genera l’amore! ed ecco cosa fa l’amore: realizza la fede! È così vero, che san Paolo, ricordando le parole di Gesù, è arrivato a dire: “e se anche possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla” (1Cor 13,2).


Il carattere teologale ed ecclesiale della fede è il motivo per cui si dice che la fede è un dono. Qui va ricordato che la fede in Gesù si fonda nella fede di Gesù, nel suo rapporto col Padre, e, in Lui, nella fede di Maria e degli Apostoli, nella loro esperienza di Gesù. La fede è una trasfusione di consapevolezza e d’amore che da Dio scende all’anima e sale dall’anima passando attraverso le mediazioni della testimonianza e dei sacramenti:


Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi» (Gv 20,21)


Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato (Lc 10,16)


E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa (Mt 10,42)


Ma il fatto che la fede sia un dono dice poi anche che la fede è tutta mia ma mi è anzitutto donata, e non è mia una volta per tutte ma mi è sempre di nuovo donata, rettificata, approfondita. La fede deve sempre essere oggettiva e al tempo stesso soggettiva, celebrata e appropriata, acquisita e accresciuta. Per questo nel Vangelo ci sono entrambe le cose: “se aveste fede quanto un granello di senape”, per dire che una fede anche piccola ma autentica fa grandi cose, ma resta buona cosa invocare “Signore, aumenta la nostra fede” (Lc 17,5-6).


Ad ogni modo, guai a credere “per conto proprio”, in maniera individuale e non ecclesiale, in maniera solitaria e non comunitaria, cioè: 1. cercando di credere

senza la Chiesa, senza gli altri: la fede cresce ricevendola continuamente dalla Chiesa, dai genitori, dagli amici, dalla testimonianza dei Santi e delle Sante! 2. o cercando di far valere le verità della fede ma mortificando i legami di carità: la verità coincide con la carità, non può diventare un’arma! Non si difende la fede a mano armata! 3. oppure, al contrario, cercando di amare senza credere: è la pretesa mortale della cultura moderna e della società secolare!


La fede e le opere

La Chiesa ha sempre nutrito e custodito la consapevolezza, che però i singoli cristiani possono sempre dimenticare, che non si può dissociare la fede dall’amore e dalle opere dell’amore: “come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta”, scrive San Giacomo (Gc 2,26).

Ascoltiamo bene san Giacomo, sempre molto concreto:

Fratelli miei, non mescolate a favoritismi personali la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria. Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d'oro al dito, vestito splendidamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se voi guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite: «Tu siediti qui comodamente», e al povero dite: «Tu mettiti in piedi lì», oppure: «Siediti qui ai piedi del mio sgabello», non fate in voi stessi preferenze e non siete giudici dai giudizi perversi?...


…Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in sé stessa. Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede. Tu credi che c'è un Dio solo? Fai bene; anche i demòni lo credono e tremano! Ma vuoi sapere, o insensato, come la fede senza le opere è senza valore? …Vedete che l'uomo viene giustificato in base alle opere e non soltanto in base alla fede…


E ascoltiamo anche san Pietro, stessa logica:

Dopo aver santificato le vostre anime con l'obbedienza alla verità, per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri, essendo stati rigenerati non da un seme corruttibile, ma immortale, cioè dalla parola di Dio viva ed eterna (1Pt 1,22-23)

Con la sua consueta lucidità, Benedetto XVI ha poi riassunto tutto questo chiarendo che né la fede né l’amore sono concetti generici, riducibili a semplice credenza o a semplice solidarietà, perché le opere cristiane sono propriamente le opere della fede;

La carità non è per la Chiesa una specie di attività di assistenza sociale che si potrebbe anche lasciare ad altri, ma appartiene alla sua natura, è espressione irrinunciabile della sua stessa essenza (DC 25).


Dunque è chiaro: la saldezza della fede esiste per il dinamismo della carità, che senza la fede, ne vengono solo, dice la Lettera agli Ebrei, “opere morte” (Eb 6,1 e 9,14) Spiega don Sala: la fede rialza per inviare, rimette in piedi per chiederci movimento, si prende cura di noi chiedendoci di fare altrettanto con gli altri. Alla fede che salva deve seguire logicamente una fede che dà testimonianza e missione per edificare il regno di Dio in questo mondo. Il punto sempre delicato, per tutti, è quello di non separare fede e vita, contemplazione e azione: la fede è sapere e praticare, è fiducia e coraggio, è legame col Signore, condivisione fraterna, testimonianza al mondo e servizio al povero. Veementi le parole di Jahvè attraverso i profeti: “non sopporto delitto e solennità” (Is 1,13) Inequivocabili le parole di Gesù: “non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”. E “perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia” (Mt 7,21.24). O anche, positivamente: “chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio” (Gv 3,21).

L’operosità della fede è tante cose, le prime cose del vocabolario cristiano:

è celebrazione liturgica (leitourgia), è comunione fraterna (koinonia), è testimonianza fino al martirio (martyria), è missione evangelizzatrice e carità sociale (diakonia). Resta il fatto, contro l’opinione contraria e però diffusa, che la fede non allontana dal mondo, non è estranea all’impegno concreto nella società:

Il Dio affidabile dona agli uomini una città affidabile. Proprio grazie alla sua connessione con l’amore, la luce della fede si pone al servizio concreto della giustizia, del diritto e della pace (LF 51).


Mandò altri settandadue…

Si può fare lectio divina su Lc 10,1-2. È il mandato missionario, dove emerge la dimensione testimoniale della fede, il fatto che la fede in Dio passa attraverso molte mediazioni, non è frutto di ragionamento ma di incontro, ha valore universale ma passa attraverso una persona particolare: anzitutto il corpo di Gesù, preceduto dalle dodici tribù di Israele e seguito dai dodici apostoli della

Chiesa, dall’alleanza antica in Mosè alla nuova ed eterna alleanza in Gesù, ma soprattutto dal corpo e dal cuore di Maria. Il numero 72 è simbolicamente rilevante: sono i libri della Bibbia, indica tutte le nazioni della terra, i popoli del mondo ai quali il Vangelo è destinato, e dice che il compito dell’evangelizzazione non è solo degli Apostoli, ma di tutti i discepoli: salva la differenza vocazionale, resta vero che anche gli apostoli sono discepoli, e i discepoli sono apostoli! La fede si trasmette per testimonianza, e la testimonianza ha valore proprio perché non è soggettiva, ma propizia l’incontro col Signore…

Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.


- La prima opera della fede è la preghiera, e la preghiera per le vocazioni, perché la vita è vocazione e missione, discepolato e apostolato…

Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe.


- L’operosità della fede richiede semplicità e coraggio, la giusta misura di apertura e riservatezza…

Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa.


L’operosità della fede richiede libertà interiore e gratuità, schiettezza nell’approvare e disapprovare

Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino. Io vi dico che in quel giorno Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città (Lc 10,1-12)


- Ma tutto questo va fatto con le armi della luce, come ricorda splendidamente san Pietro:

adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano… Poiché dunque Cristo soffrì nella carne, anche voi armatevi degli stessi sentimenti (1Pt 3,15-16 e 4,1)


Educare le opere della fede

Nell’educazione della fede è importante aiutare i giovani a prendere coscienza almeno di tre cose. - La prima è che la fede è personale ed ecclesiale: non si decide in base a ragionamenti sull’esistenza di Dio o sulla morale della Chiesa, ma si decide sull’incontro con Gesù e con le sue mediazioni. Andarci piano a svalutare e respingere l’insegnamento di chi ci ha generati ed educati! - La seconda è che la fede non si riduce a pensieri e sentimenti, ma si esprime in atti: questo va detto a motivo della tendenza a un’interiorità troppo mentale o troppo emotiva. Qui si possono toccare i temi della motivazione, della buona volontà, dell’osservanza delle regole, soprattutto della lotta contro i vizi

capitali, particolarmente dell’accidia, che si segnala in maniera opposta, nella svogliatezza o nell’iperattività: al centro ci sta sempre e solo “quello che mi va o non mi va”, mentre la fede opera in nome di Dio, a suo servizio. - La terza è che l’amore cristiano non è semplice solidarietà ma carità, non è fatto semplicemente di opere, ma di opere della fede, opere che sgorgano dalla relazione col Signore: solo così le iniziative saranno libere da deviazioni ideologiche, rischio dello scoraggiamento, dall’ossessione dei risultati, da un’efficienza a cui non corrisponde una reale efficacia. Lo si vede bene nella prodigiosa fecondità dei Santi e delle Sante. E non lo si può vedere in animatori che neanche vanno a Messa!


Don Roberto Carelli sdb

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