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LA NOSTRA FEDE, LA FEDE DEI NOSTRI FIGLI.“HO CREDUTO ANCHE QUANDO DICEVO: SONO TROPPO INFELICE” (SAL 115,10) LA FEDE E LA SOFFERENZA.

  • 14 apr
  • Tempo di lettura: 9 min

Introduzione

Procediamo nel nostro itinerario sulla fede, itinerario che oggi prende il colore del tempo di Quaresima. Nei ritiri precedenti abbiamo visto che la fede richiede santa indifferenza e filiale obbedienza, e così diventa luce per la mente, forza per la volontà, guida della provvidenza: “tutto è possibile per chi crede” (Mc 9,23)!

Ora occorre accostarci alla verità più difficile: la fede comporta la sofferenza, la comporta per la nostra maturazione (non è scontato pensare e vivere in maniera soprannaturale), per la nostra guarigione (il peccato è in fin dei conti incredulità), perché siamo messi alla prova (non è facile continuare a credere sotto pressione), e poi per via dello scontro con le forze del male e con l’azione del maligno (il demonio fa di tutto per opporre la volontà di potenza alla volontà di servizio, il confidare in se stessi piuttosto che in Dio, il vivere per conto proprio invece che per conto di Dio).


Per questo la via di Gesù è stata una Via Crucis. Per questo viviamo il tempo di Quaresima per accrescere la nostra fede precisamente nella Parola della Croce, che al mondo appare come stoltezza e debolezza, quando invece è sapienza e potenza di Dio (1Cor 1,25). E per questo, all’inizio della Settimana Santa, la Chiesa ci fa pregare così:

Dio onnipotente ed eterno, che hai dato come modello agli uomini il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore, fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, fa' che abbiamo sempre presente il grande insegnamento della sua passione, per partecipare alla gloria della risurrezione (Coll. Palme)


Chiarimenti teologici

Entriamo nel tema con le parole del papa nell’Enciclica sulla fede, dove emerge subito il grande paradosso della fede, per il quale la sofferenza è scandalo e opportunità, va insieme combattuta e valorizzata, lenita e trasfigurata:

Parlare della fede spesso comporta parlare anche di prove dolorose, ma appunto in esse san Paolo vede l’annuncio più convincente del Vangelo, perché è nella debolezza e nella sofferenza che emerge e si scopre la potenza di Dio che supera la nostra debolezza e la nostra sofferenza… Il cristiano sa che la sofferenza non può essere eliminata, ma può ricevere un senso, può diventare atto di amore, affidamento alle mani di Dio che non ci abbandona e, in questo modo, essere una tappa di crescita della fede e dell’amore (LF 56)

Il tema della sofferenza è intimamente legato a quello della fede, anzitutto perché non è ovvio riconoscere che “l’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono” (Sal 48, 13.21), e che proprio “dalle Sue piaghe siamo stati guariti” (1Pt ,2,25). È così poco ovvio integrare la sofferenza, che essa – specialmente quando tocca gli innocenti – è da sempre la massima obiezione alla fede in Dio. Che poi, quando tocca i colpevoli, la possiamo capire, ma poi è difficile liberarsi dalla falsa immagine di un Dio vendicativo e punitivo. Ecco allora le solite obiezioni: se Dio c'è ed è buono, “perché permette il male, “perché non elimina i malvagi”, “perché ci fa soffrire”, “perché ci lascia soffrire”, “perché non interviene”? “E io cosa ho fatto di male perché mi accada questa disgrazia”? “perché Dio mi punisce”? E dire che Gesù è venuto proprio per liberarci dalla diretta associazione di “delitto e castigo” (“se sei malato è colpa tua”, “la malattia è la punizione per le tue colpe”)!!

Ora, di fronte alla presenza del male e della sofferenza, la fede è convinta con buone ragioni di alcune cose:

1. Come minimo, occorre distinguere e non cortocircuitare dolore, sofferenza, male, maligno, croce.

- Il dolore è inerente alla finitezza e alla caducità delle cose, ed è caso mai esasperato dal disturbo introdotto dal peccato, per cui “tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto” (Rm 8,22).

- La sofferenza è fenomeno propriamente umano, ed è il riflesso di ciò che facciamo o subiamo quando è contrario alla nostra felice riuscita.

- Il male morale è ciò che c'è ma non dovrebbe esserci: come tale non ha nessun buon motivo, è ciò che né Dio né gli uomini vogliono e permettono, ma ci è permesso a motivo della nostra libertà finita e sfinita. Il male morale è il “male radicale” (Kant), la nostra contraddizione, il nostro rovinarci con le nostre stesse mani, la nostra libertà che si rende schiava: “chiunque commette il peccato è schiavo del peccato” (Gv 8,34)

- Il maligno non è la personificazione del male, ma proprio una creatura pervertita e pervertitrice, decisamente inferiore e radicalmente vinta da Dio, ma più potente e astuta dell’uomo: mai dialogare con il demonio, fa di tutto per tenerci dentro il cerchio del male e della colpa.

- La croce è il modo con cui Gesù ha affrontato mortalmente e vittoriosamente il dolore, la sofferenza e il male e la morte.

2. Chiarimento fondamentale è che Dio non vuole il male, non manda il male, e al male non risponde col male.

Dio è luce e in lui non ci sono tenebre” (1Gv 1,5)

Com'è vero ch'io vivo io non godo della morte dell'empio, ma che desista dalla sua condotta e viva (Ez 33,11)

Nessuno, quando è tentato, dica: “Sono tentato da Dio”; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno (Gc 1,13)

Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male (Rm 12,21)

3. Pensare di non dover affrontare la sofferenza è illusorio. Illusorio pensare che io vado bene o che una relazione vada bene quando non ci sono difficoltà, quando tutto fila liscio. Occhio, perché nelle difficoltà il tentatore farà di tutto per accusarci, ostacolarci, farci perdere la fede e la speranza, mentre Gesù farà di tutto per consolarci, aiutarci, farci crescere nella fede e nella speranza. Radicalmente, la sofferenza va affrontata per ragioni evolutive e per ragioni redentive:

- Ragioni evolutive: la maturazione dell’amore. Traumatico è il nascere, traumatico è il morire, traumatico è il decidere, traumatica è la conversione: si soffre per nascere, si soffre per rinascere. Lo stesso desiderio è fonte di sofferenza, perché è attesa di un compimento che non è semplicemente a nostra disposizione. Sono tutte cose che richiedono il cambiamento, il passare da una situazione a cui siamo abituati, positiva e comoda, o anche negativa e scomoda, a una situazione nuova, dove perdiamo il controllo, dove c'è da apprendere, che dunque ci fa paura e ci chiede fatica. Questo perché l’uomo è più grande di se stesso: è mortale, ma destinato alla vita eterna, è creatura ma destinato a partecipare del Creatore, vuole proteggere e promuovere la propria vita, ma ci può riuscire solo quando la espone e la dona: “l’uomo si ritrova solo nel sincero dono di sé” (GS 24), “perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà” (Mc 8,35)

- Ragioni redentive: la guarigione dell’amore. All’instabilità del nostro essere creature si aggiunge la corruzione del nostro essere peccatore, che raddoppia e distorce l’umana sofferenza: l’uomo vive al di sotto di se stesso. Ogni male e ogni cattiva sofferenza deriva in fondo dall’orgoglio e dall’egoismo, dalla stupida e affannosa ricerca di sé: narcisismo vs oblatività, affermazione di sé vs donazione di sé. in effetti, la prima tentazione, quella che genera la disastrosa caduta di tutti e di ciascuno – il peccato originale – suona così: “sarete come Dio” (Gn 3,5), che va a sfigurare il volto dell’uomo (negare la propria creaturalità) e il volto di Dio (un Dio geloso, che trattiene cose per sé), che pensa di dover rapinare Dio piuttosto che ricevere i suoi doni. Da qui un’umanità che cerca “sesso, soldi e potere”, piuttosto che un amore “casto, povero e obbediente”. Qui si capisce che bisogna accettare la sofferenza dei distacchi di cui Gesù stesso ha parlato: “guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni” (Lc 12,15)… Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14,26)

4. Gesù è finito sulla croce per due buoni motivi strettamente congiunti: rivelare il vero volto di Dio, riscattare il volto dell’uomo: garantire che “In Dio è luce, e in lui non ci sono tenebre” (1Gv 1,5), che almeno Dio è assolutamente affidabile, e nulla vi è in lui di arbitrario o di dispotico, di contrario al bene dell’uomo; e realizzare la figura dell’uomo come è uscito dalle mani di Dio, una vita non segnata dalla paura, dal controllo, dalla difesa a tutti i costi di sé e dalla relativa insensibilità al bene degli altri. Si riascoltino le solenni parole Cantico di Zaccaria: “verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace” (Lc 1,78-79).

E Gesù ha vinto il male e trasfigurato la sofferenza attraversandola dall’interno della vita umana, “per noi uomini e per la nostra salvezza”: minacciato di morte fin dalla nascita, 30 anni di nascondimento, incompreso dai suoi parenti, i suoi vicini, le guide religiose del suo popolo, Gesù piange alla tomba di Lazzaro e suda sangue nella prospettiva della sua morte: “non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato” (Eb 4,15). Addirittura: “pur essendo Figlio, imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Eb 4,8-9).

Poi c'è il suo capolavoro, la Croce, vertice della totale coerenza di tutta la sua vita terrena: solo opere di liberazione dal male, nessun tentativo di salvare se stesso: liberare gli altri, vincolare se stesso! “Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con Lui” (At 10,38). E ha fatto tutto questo, soffrendo per noi e più di noi, toccato nel corpo, nell’anima e nello spirito (“Dio mio, perché mi hai abbandonato?!”, Mt 27,46). E ha vinto, perché non l’ha data vinta al peccato e alla morte: anche se “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio” (2Cor 5,21), portò l’amore fino alla fine, morendo con un atto di fede, un atto di speranza, un atto di carità misericordiosa. E donandoci il suo Spirito, proprio con la sua morte (“consegnò lo Spirito”!, Gv 19,30), ci rese capaci di affrontare il male in maniera non distruttiva e non autodistruttiva. Ecco il senso della Croce: non è la semplice sofferenza, ma la sofferenza vissuta in Gesù e come Gesù. Esiste allora per i credenti qualcosa come il “dolore salvifico” (Giovanni Paolo II), una sofferenza trasfigurata, non per la propria rovina, ma per la salvezza di altri; e una morte che non è più la perdita della vita, ma il dono della vita.

5. Alla luce dell’alta cattedra della Croce si capisce perché Dio non guarisce tutte le malattie: perché quello che conta non è la salute, ma la salvezza, non la vita fisica, ma la vita eterna. La sofferenza può diventare allora occasione per vincere il proprio orgoglio, riconoscere la propria fragilità, vincere ogni pretesa di autosufficienza, imparare a lasciarsi amare e curare; occasione per dimenticarsi un po’ più di sé e prendersi cura degli altri, per dispiegarsi nelle opere di misericordia piuttosto che ripiegarsi nell’ossessiva cura di sé; occasione per crescere nella pazienza, o per offrire la sofferenza associandola a quella del Signore, il quale ci ha salvati proprio con la sua preghiera e con il suo sacrificio.


Suggerimenti spirituali

Si può fare lectio divina su Lc 7,18-35, dove si vede che la nostra fede in Gesù è la fede in un Dio che manifesta il suo volto nelle opere di liberazione dal male e che, di fronte al male, vince il male con il bene. Giovanni Battista venne decapitato, e Gesù venne crocifisso, ma da parte loro non si è visto altro che il dare la vita, attraverso tutti i possibili gesti di liberazione dal male:

18 Anche Giovanni fu informato dai suoi discepoli di tutti questi avvenimenti. Giovanni chiamò due di essi 19 e li mandò a dire al Signore: «Sei tu colui che viene, o dobbiamo aspettare un altro?». 20 Venuti da lui, quegli uomini dissero: «Giovanni il Battista ci ha mandati da te per domandarti: Sei tu colui che viene o dobbiamo aspettare un altro?». 21 In quello stesso momento Gesù guarì molti da malattie, da infermità, da spiriti cattivi e donò la vista a molti ciechi. 22 Poi diede loro questa risposta: «Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella. 23 E beato è chiunque non sarà scandalizzato di me!».


Orientamenti educativi

1. È bellissimo insegnare ai giovani ad affrontare con forza d’animo il proprio male e ad adoperarsi nel lenire il dolore degli altri. È bellissimo aiutare i giovani – oggi troppo vezzeggiati, iperprotetti e circondati di ogni genere di comodità – a ringraziare non solo dei doni, ma anche delle croci: “l’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono” (Sal 48,13.21).

2. Per un’educazione cristiana in una società troppo prestazionale e competitiva, è urgente approfondire la centralità del dono di sé: doni e limiti vanno accettati e messi a disposizione, altrimenti ci si sente sempre inadeguati, sempre sbagliati, sempre in affanno.

3. Piccoli grandi suggerimenti: a) comprensione, non subito risposte: In generale i ragazzi (ma anche noi) di fronte alla sofferenza hanno bisogno di sentirsi capiti. Se i nostri ragazzi esprimono sofferenza conviene restare vicini a loro e rassicurarli dicendo: “È normale sentirsi tristi, arrabbiati o confusi quando succedono cose che non ci piacciono. Ricordati però che ti sono vicino e ti assicuro che Gesù ti capisce e soprattutto in questi momenti, prova una grande tenerezza per te”; b) presentare Dio non colui che causa il male, ma che dal male ci libera: è ancora frequente sentirsi dire: “è successo perché Dio lo ha voluto. Accettiamo la volontà di Dio”. Non è un’espressione giusta. La volontà di Dio è sempre il bene, il nostro bene; c) propiziare gesti concreti: pregare insieme per qualcuno che sta male, fare un gesto di aiuto verso chi soffre, accendere una candela e fare un momento di silenzio, raccontare alcuni episodi della vita di Gesù in cui lui piange, soffre, consola, raccontare storie di persone che hanno trovato forza nella fede…


Don Roberto Carelli sdb

1 commento


A apresentação de um novo conselho, como descrito no post, costuma ser um momento relevante de reorganização interna, já que define novas dinâmicas de coordenação e continuidade das atividades institucionais. Esse tipo de transição normalmente também serve para reforçar objetivos e alinhar expectativas entre os envolvidos. Em outra navegação no Brasil, encontrei https://brazino-777br.com/ em um contexto completamente diferente, mais ligado a estrutura de páginas e comportamento técnico, sem relação com o tema principal.

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