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LA NOSTRA FEDE, LA FEDE DEI NOSTRI FIGLI. “TUTTO È POSSIBILE PER CHI CREDE” (MC 9,23) LA FEDE E LA PROVVIDENZA-

  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 14 min

Aggiornamento: 8 ore fa

Ripassiamo le tappe del nostro itinerario formativo: 0. La fede è il dinamismo fondamentale della vita umana: è normale accertarsi, ma ancora più normale affidarsi; 1. La fede ha un carattere di luce: non è il contrario della ragione, ma è il potenziamento della ragione; la fede rende intelligenti; 2. La fede ha un carattere di forza: non è il contrario della libertà, ma il potenziamento della libertà; la fede rende liberi; 3. Poiché Dio è più buono e più saggio di noi, la fede è diffidare di sé e confidare in Dio: la fede richiede la santa indifferenza, la disponibilità ad ogni volontà di Dio; 4. La fede non è solo assentire alla verità di Dio ma è soprattutto relazione personale con Dio, per questo ha il carattere dell’obbedienza: reciproca appartenenza e affidamento dell’uomo e di Dio.

Ed ecco il nuovo passo: l’obbedienza della fede dischiude tutti i doni di Dio, perché si affida senza riserve alla sua bontà giusta e misericordiosa, onnipotente e provvidente nell’amore. La fede crede in un Dio che è Provvidenza, un Dio che, letteralmente, ha “occhi buoni a nostro favore”!


Provvidenza!

1. L’idea di fondo è che Dio c'è e opera, è l’Altissimo ma è anche il Vicinissimo, l’”Emmanuele”, il “più intimo del mio intimo” (Agostino). Non è ovvio: nella cultura occidentale, in fondo, Dio c'è ma non c’entra”. E’ la “Causa prima” (Aristotele), il “Grande Architetto” (Kant), Colui di cui non si può nulla affermare (Dionigi), l’ineffabile di cui “non si può parlare si deve tacere (Wittgenstein). E, nella cultura orientale, Dio è il Sacro, il Tutto, l’indistinto, non una figura personale. Non a caso, la cultura moderna, secolarizzata, in compagnia del demonio, prova sempre fastidio per la notizia cristiana di un Dio concreto, di un Dio che si è fatto uomo, di uno Spirito che attraversa la Carne.

«Dio, se c'è, non c'entra». Dio non c'entra con l'uomo concreto, con i suoiinteressi, i suoi problemi, ambito in cui l'uomo è misura a se stesso, signore di se stesso, sorgente e dell'immaginazione del progetto e dell'energia concreta per la sua realizzazione, ivi compresa la direttiva etica implicata. Nell'ambito dei problemi umani, Dio - se c'è - è come se non fosse. Si realizza così la divisione tra un sacro e un profano (L. Giussani).


2. Ora, invece, il Dio che ha rivelato il suo volto in Gesù è un Dio presente e operante. Ed è presente e operante in molti modi: a. Poiché la creazione è distinta da Dio, Dio opera sempre e comunque attraverso la natura, le persone, gli eventi, la storia. Lui che è la “causa prima”, agisce normalmente attraverso le “cause seconde”: Dio fa tutto facendoci fare tutto (Gozzelino); b. Poiché Dio è libero e ci ha creati liberi, Dio interviene con la sua provvidenza, azione che previene, protegge, ispira, guida, arriva dove vede che noi non possiamo arrivare. Lo fa Lui stesso o per interposta persona, come angeli, amici, la nostra stessa coscienza: “Dio vede e provvede”; c. Dio opera con le sue grazie, doni spirituali gratuiti aiuti interiore o guarigioni graduali che attraversano la vita quotidiana e accompagnano la propria storia; d. Dio interviene anche con i miracoli, eventi soprannaturale, istantanei e inspiegabili che non contraddicono, ma sospendono o potenziano le leggi naturali, e lo fa per promuovere il nostro bene secondo la sua sapienza e per sostenere la debolezza della nostra fede. E tutto questo è ragionevole: ciascuno opera come può, e Dio opera da par suo, come Amore Creatore e Redentore. È ovvio permettere a Dio di essere Dio, di superare le nostre misure.


La provvidenza consiste nella cura esercitata da Dio nei confronti di ciò che esiste. Essa rappresenta, inoltre, quella volontà divina grazie alla quale ogni cosa è retta da un giusto ordinamento. Se dunque la volontà di Dio è provvidenza, tutto quanto avviene per suo dettato si realizza necessariamente in maniera bellissima e sempre diversa, nel migliore dei modi possibile. È logico ritenere, infatti, che Dio stesso sia tanto il creatore delle cose quanto colui che le cura e le preserva: non è conveniente né ragionevole immaginare che uno sia il creatore e un altro protegga l’opera del primo. Se così fosse, infatti, essi sarebbero entrambi assolutamente impotenti: l’uno di fare, l’altro di provvedere. Dio, perciò, è colui che ha creato e colui che provvede; la sua capacità di creare e di conservare e di provvedere altro non è se non la sua stessa benigna volontà: infatti tutto ciò che il Signore volle lo fece nel cielo e sulla terra (Sal 134,6) e nessuno può resistere alla sua volontà (Rm 9,19). Tutto quanto egli volle che esistesse, è stato creato. Egli vuole che il mondo esista ed esiste: tutto ciò che vuole, lo crea. Giustamente, dunque, si può affermare, senza alcun’ombra di dubbio, che Dio provvede, e provvede opportunamente. Solo Dio è buono e sapiente per natura: in quanto è buono, è provvidente (colui che non provvedesse, infatti, non sarebbe neppure buono: anche gli uomini e gli stessi animali provvedono con l’istinto naturale ai loro figli, ed è riprovevole chi non lo fa) e, in quanto è sapiente, cura nel modo migliore tutto ciò che esiste.


Nel considerare attentamente quanto siamo andati osservando, è dunque necessario che noi ammiriamo tutte le opere della provvidenza, le lodiamo tutte, tutte incondizionatamente le accettiamo, sebbene a molti talune cose appaiano ingiuste. La provvidenza di Dio, infatti, non può essere né conosciuta né compresa; e i nostri pensieri e le nostre azioni, come il nostro futuro, sono noti ad essa soltanto. Infatti le cose soggette alla nostra discrezionalità, non vanno ascritte alla provvidenza, ma al libero arbitrio dell’uomo.


In realtà, delle cose che dipendono dalla provvidenza, alcune avvengono grazie alla sua volontà attiva, altre invece attraverso la sua volontà permissiva. In virtù della prima accadono tutte quelle cose che risultano come incontrovertibilmente buone; molte sono, invece, le forme nelle quali si manifesta la volontà permissiva di Dio. Per esempio, quando egli permette che l’uomo giusto s’imbatta nelle calamità, affinché la virtù nascosta in lui si renda visibile anche per gli altri, come accadde nel caso di Giobbe (Gb 1,12). Talvolta, Dio consente che avvenga qualcosa d’ingiusto affinché, attraverso circostanze apparentemente inique, si compia qualcosa di grande e di mirabile: attraverso la croce, ad esempio, egli ha dato la salvezza agli uomini. Inoltre il Signore permette che l’uomo pio sia afflitto da gravi sventure: perché non si allontani, cioè, dalla retta coscienza ovvero, a causa dell’autorità e della grazia concessegli, non precipiti nella superbia… Delle cose che dipendono da noi, Dio fin da principio vuole e approva quelle buone. Quelle cattive e veramente malvagie, egli non le desidera né direttamente né indirettamente: le permette in ragione del nostro libero arbitrio. Ciò che avvenisse per forza, infatti, non converrebbe alla ragione né potrebbe considerarsi come virtù. Dio provvede, dunque, a tutto il creato. Attraverso di esso beneficia e istruisce sovente anche servendosi dei demoni, come nel caso di Giobbe o dei porci (Mt 8,30ss) (G. Damasceno).

3. La fede nella Provvidenza è quanto di più potente che abbiamo a disposizione per la salvezza e la riuscita della nostra vita, perché ci mette a disposizione i doni di Dio, il quale, da parte sua, non desidera altro che vivere con noi uno scambio di doni. In effetti, nel Vangelo è chiaro che la potenza di Dio non opera in assenza della fede, mentre quando c'è la fede, anche solo un granello, il Signore può operare, e però può appunto con la nostra cooperazione: “la tua fede ti ha salvato” (ad es. Lc 17,19 o 18,42).


Quello che viene chiesto ad Abramo è di affidarsi alla Parola. La fede capisce che la parola, una realtà apparentemente effimera e passeggera, quando è pronunciata dal Dio fedele diventa quanto di più sicuro e di più incrollabile possa esistere, ciò che rende possibile la continuità del nostro cammino nel tempo… La grande prova della fede di Abramo, il sacrificio del figlio Isacco, mostrerà fino a che punto questo amore originario è capace di garantire la vita anche al di là della morte (LF 10.11)


4. Il punto spiritualmente delicato è che di norma – lo abbiamo visto – Dio fa tutto facendoci fare tutto. Per questo, impegnarsi con tutte le proprie forze e affidarsi con tutto il cuore devono camminare di pari passo. Nella tradizione popolare cristiana suona così: “aiutati che il cielo ti aiuta”. E nella tradizione salesiana suona così: “piedi in terra e cuore in cielo”, “fare tutto come se dipendesse da noi, sapendo bene che tutto dipende da Dio”. Naturalmente, ci vorrà di volta in volta molta vigilanza perché l’impegno non scada in secolarismo, come se Dio non ci fosse, e l’affidamento non ripieghi in spiritualismo, come se la libertà dell’uomo non contasse nulla. Il rischio c'è, perché di fronte a cose ardue siamo tentati di far finta di niente, di lasciar perdere, di non impegnarci e di non affidarci… rischiamo di dire che né tocca noi, né Dio si scomoda.


5. La strenna del Rettor Maggiore, meditando l’evento e l’icona biblica delle nozze di Cana, offre qui molte suggestioni e provocazioni. Sotto la voce: “guardare”, ad esempio, dice così:

Maria non fu un ospite neutro. La sua era una presenza attenta e viva a tutto ciò che stava capitando attorno a lei. In termini figurati ma densi possiamo dire che Maria ha abbracciato il tempo e la storia di coloro che l’hanno voluta come ospite alla loro festa di nozze. Maria poteva tranquillamente sentirsi una persona che non deve intromettersi, anche se intuiva la triste conseguenza della mancanza di vino. Eppure ha scelto di non rimanere indifferente. Ecco un primo aspetto su cui noi – come seguaci di Gesù – siamo chiamati a interrogarci: in che misura ci sentiamo interpellati rispetto agli eventi della storia che stiamo vivendo e nei luoghi che abitiamo? Quale posizione prendiamo là dove possiamo anche scegliere di rimanere distanti perché su alcune cose “non tocca a me”, “non sono mia responsabilità”?... Nel campo educativo pastorale questa scelta di Maria è per noi un richiamo insieme forte e gentile a non cadere in quell’indifferenza che non solo giustifica le cose, ma anche passivamente e indirettamente le favorisce. Quante volte troviamo perfino gente cosiddetta ‘di chiesa’ che davanti al dramma dei rifugiati, dei poveri, dei vulnerabili, si ritirano nel loro ben-vivere considerandoli solo come disturbo e scarto?... Quante volte ci capita che – davanti a situazioni impreviste di disagio – invece di affrontarle con la forza della serenità e della passione apostolica ne prendiamo le distanze, giustificandoci troppo facilmente! Il pericolo è che gradualmente tale inerzia pastorale possa diventare “cultura” anche tra noi. Aspettiamo – e chiediamo con forza – che gli altri facciano la loro parte, magari addossiamo loro le colpe, e così crediamo di anestetizzare le nostre coscienze, fingendo di credere che noi non abbiamo niente da offrire, o non siamo chiamati in causa (F. Attard)

E sotto la voce “ascoltare” dice così:

Maria, attenta a ciò che le capitava attorno, dice ai servi: “qualsiasi cosa vi dica, fatela”. L’invito è chiaro e semplice. Ma sappiamo bene che è anche molto impegnativo. Si tratta non soltanto di riconoscere gli eventi con le loro urgenze e necessità, ma di leggerli alla luce della fede in Cristo. Il più delle volte la lettura degli eventi la facciamo bene, in maniera professionale e competente, con analisi generalmente ben sviluppate e precise, a livello – per così dire – “orizzontale”. Ma per noi che seguiamo Gesù questo livello – che non deve mai mancare – va assolutamente accompagnato da quello “verticale”. Quanto è facile che, per rispondere alle varie emergenze, imbocchiamo la strada di una attività frenetica a favore dei poveri e dei bisognosi, e alla lunga, molte volte, finiamo per essere risucchiati in una voragine di attivismo che non ci lascia più tempo per guardare il volto di coloro che vogliamo servire, e neanche il volto di Colui che ci ha chiamato per servirli nel suo nome! (F. Attard)

6. Con tutto ciò, la fede sa che la Provvidenza di Dio è presente e operante, che la si può invocare, che ci può ascoltare, che ci esaudisce anche meglio di quanto ci aspettiamo. La teologia classica ha chiarito definitivamente ciò che l’esperienza cristiana ha da sempre sperimentato, e cioè che la Provvidenza agisce nella sproporzione: “a chi fa tutto ciò che è in suo potere, Dio non nega la sua grazia”! Occhio però alla tentazione di dire: “ho pregato e Dio non mi ha ascoltato”. Spesso preghiamo poco e male, non sappiamo cosa chiedere, meno ancora sappiamo con precisione quale sia il nostro bene: fede è lasciar fare a Dio! Anche qui, uno spunto dalla Strenna sotto la voce “scegliere”, rievocando il fatto che i servi, invitati da Maria, riempiono le giare fino all’orlo, segno di una fede incondizionata, di una fiducia completa:

E qui riconosciamo l’invito a non soccombere al pericolo di una fede che si adegua alla cultura dominante. La dimensione profetica della nostra missione deve fare i conti con un contesto come quello attuale che “tira verso il basso”, l’immediato, l’utile e vantaggioso, quello che gratifica qui e ora, quando non il più comodo. La parola di Gesù ai servi poteva essere “gestita” e “trattata” in maniera solamente umana, con una diffidenza quanto mai plausibile e “ragionevole”. Il risultato sarebbe stato molto diverso, possiamo facilmente immaginare (F. Attard).

La tua fede ti ha salvata.

Proviamo a fare un po’ di lectio divina intorno alle due guarigioni miracolose raccontate nel Vangelo di Luca, dove la potenza della fede è raccontata nel gioco della generosa disponibilità di Dio e delle necessarie disposizioni dell’uomo.

Una donna che soffriva di emorragia da dodici anni, e che nessuno era riuscito a guarire, gli si avvicinò alle spalle e gli toccò il lembo del mantello e subito il flusso di sangue si arrestò. Gesù disse: «Chi mi ha toccato?». Mentre tutti negavano, Pietro disse: «Maestro, la folla ti stringe da ogni parte e ti schiaccia». Ma Gesù disse: «Qualcuno mi ha toccato. Ho sentito che una forza è uscita da me». Allora la donna, vedendo che non poteva rimanere nascosta, si fece avanti tremando e, gettatasi ai suoi piedi, dichiarò davanti a tutto il popolo il motivo per cui l'aveva toccato, e come era stata subito guarita. Egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata, va' in pace!»


Stava ancora parlando quando venne uno della casa del capo della sinagoga a dirgli: «Tua figlia è morta, non disturbare più il maestro». Ma Gesù che aveva udito rispose: «Non temere, soltanto abbi fede e sarà salvata». Giunto alla casa, non lasciò entrare nessuno con sé, all'infuori di Pietro, Giovanni e Giacomo e il padre e la madre della fanciulla. Tutti piangevano e facevano il lamento su di lei. Gesù disse: «Non piangete, perché non è morta, ma dorme». Essi lo deridevano, sapendo che era morta, ma egli, prendendole la mano, disse ad alta voce: «Fanciulla, alzati!». Il suo spirito ritornò in lei ed ella si alzò all'istante. Egli ordinò di darle da mangiare. I genitori ne furono sbalorditi, ma egli raccomandò loro di non raccontare a nessuno ciò che era accaduto (Lc 8,40-56).

La banalità e la prepotenza del male, della malattia e della morte, al punto che vengono naturalizzati, dati per scontati, oggetto di rassegnazione, o che vengono persino collegati troppo strettamente con la colpa, diventando così oggetto di punizione.

La sorprendente e potente ri-creatività di Dio, che fa nuove tutte le cose destinate alla morte, che vede e provvede con l’occhio dell’amore e della misericordia.


Spunti educativi

1. Per generare lo spazio dell’affidamento alla divina provvidenza, è primario restituire ai ragazzi il senso del mistero, di una realtà del mondo che è avvolta nella benedizione di Dio:

Il mistero è il primo elemento di una educazione della fede. Non si intende minimamente mettere in discussione la grandezza delle scoperte scientifiche, ma sottolineare che più esse allargano il campo del conosciuto, del visibile e del probabile più ci mostrano un fondo oscuro e caliginoso che si pone come limite a tutte le nostre conoscenze ed esperienze. Il mistero ci comprende, ci tiene al proprio interno, ci considera come parti di esso. A differenza del problema rispetto al quale possiamo porci all’esterno e trovare di volta in volta soluzioni pratiche, il mistero rimane fuori e dentro di noi, è l’eco al nostro interno di una domanda esistenziale profonda che ci fa percorrere le due vie di sant’Agostino, quella verso la profondità dell’anima e quella verso il profondo mistero della divinità… luce e cammino… La fede fornisce rispose, molto profonde e universali, ma queste risposte devono essere riscoperte di volta in volta da ciascuno… il tempo dell’attesa, della maturazione, può essere contrapposto all’immediatezza delle risposte che certi modelli educativi purtroppo dilaganti propongono ai ragazzi e alle ragazze (Mantegazza)

2. I nostri giovani sono spesso tentati di scoraggiarsi di fronte alle imprese e alle difficoltà, e di dire: “non sono capace”, “non me la sento”, “non ci riesco”. Incoraggiamoli a rivolgersi a Dio e chiedere qualunque cosa, ma soprattutto a chiedere lo Spirito con tutti i suoi sette doni e tutti i suoi molteplici frutti: lo Spirito Santo è infatti il Dono dei doni, il Dono che organizza gli altri doni, che ci aiuta a vivere bene guadagni e perdite, ricchezze e povertà, successi e fallimenti. Vale anche per i genitori e gli educatori: è lo Spirito che ci insegna a prenderci cura e a lasciar andare, a ad avere affetti e a vivere distacchi.

3. Per una pedagogia della fede, è importante rendere i ragazzi consapevoli che Dio agisce in maniera ordinaria e straordinaria nella frequentazione quotidiana della Parola e nella buona ricezione dei Sacramenti. Don Bosco ne era convinto: “dicasi ciò che si vuole sull’educazione, ma non credo che vi possa essere vera efficacia senza la Confessione e la Comunione”.

4. oggi sembra che tutto sia a portata di mano: con un clic si trova tutto ciò che si desidera. Ma c'è qualcosa che il mondo non può dare: la speranza che non delude, la pace che resiste alle tempeste, la gioia che non dipende dalle cose, la vita eterna. Questi sono doni di Dio. come genitori, siamo chiamati a trasmettere questa certezza ai nostri figli: non tutto si compra, non tutto si trova online. La fede non è un limite, ma la chiave che apre all’impossibile. Stiamo aiutando i nostri figli a scoprire e usare gli strumenti che Dio ci dona per rimanere in relazione con Lui – preghiera, Parola, Sacramenti - - oppur li stiamo lasciando cercare altrove ciò che solo Dio può dare?


Spunti per tutti da parte del Rettor Maggiore su come riconoscere e collaborare con la Provvidenza di Dio:

Primato della Parola sulle parole: non subito studio e comprensione, ma disponibilità e apertura.

Prima verso l’Altro poi verso l’altro… l’altro. Nonostante si dica spesso che amare l’altro è come amare Cristo, e nonostante il Vangelo affermi questo in modo deciso e perentorio, questo passaggio di identificazione del povero con Cristo non è affatto facile. I grandi santi della carità sono infatti consapevoli che la carità non è semplice amore per l’umanità, ma è condivisione della stessa vita di Dio… Lo stesso amore di Don Bosco per i ragazzi non ha altra causa se non il suo essere “consacrato” per i suoi giovani. Il sogno dei 9 anni è tutto un cammino di ricentratura della carità di Giovannino, non solo dalle botte alla mansuetudine, ma soprattutto dal fare la carità ai compagni nella forma del protagonismo personale, a farla nella forma della disponibilità alla carità di Cristo, imparata proprio dalla Maestra che Lui gli dona…

Contemplare, non solo analizzare… Così i nostri progetti non sono tanto frutto di strategia, di osservazione della realtà, di slanci generosi per il bene degli altri, ma soprattutto frutto della contemplazione, ossia della assunzione dello stesso punto di vista di Dio… bisognoso. Contemplazione allora è assumere lo sguardo di Dio, vedere come Dio vede, e avere così gli stessi sentimenti di Gesù, unico che vede e conosce il Padre, e ne compie sempre la volontà. Il discepolo può forse essere più del Maestro, vivere altre modalità di far crescere il Regno? Quanto è frequente e doloroso vedere il pericolo di un impegno pastorale non radicato in una vita di preghiera, di accoglienza…

Superare le frontiere… Una tale apertura supera le frontiere: quelle geografiche, cul-turali, psicologiche, religiose. La disponibilità vera è sempre un “esodo”, un uscire da sé, dai propri schemi, dalla propria lingua spirituale… Se è vero che nessun carisma, nessuna forza della fede può esistere se non incarnata in una cultura, è anche vero che nessuna cultura può limitare la potenza della chiamata di Dio e della sua carità… Ogni nostro sguardo sul mondo è limitato e limitante. Ognuno di noi ha un limite oltre il quale desidera non andare o dietro cui intravede soltanto negatività, ostilità, pericoli, incertezze, inutilità, minacce. Solo la chiamata di Dio ad una totale disponibilità, solo la contemplazione del mondo con gli occhi dello Spirito rende anche l’ignoto “casa nostra”… Se siamo abituati solo a misurarci su ciò che facciamo, pensiamo o otteniamo, finiamo per fissare o abbassare lo sguardo su di noi, illudendoci così di conoscerci meglio e di vederci di più… Maria in fretta si mette in moto e ricentra tutta la vita sul bisogno di Elisabetta… La vera disponibilità è consacrazione, espropriazione di sé che ha alla radice il coraggio di mettersi in discussione, di rinunciare a sé stessi, anche quando questo appare come perdita. È la dinamica della kenosi che dà frutto (F. Attard).


Don Roberto Carelli sdb

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