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LA NOSTRA FEDE, LA FEDE DEI NOSTRI FIGLI.“E BEATA COLEI CHE HA CREDUTO NELL’ADEMPIMENTO DELLE PAROLE DEL SIGNORE” (LC 1,45): LA FEDE E L’OBBEDIENZA

  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 10 min

Ripassiamo le tappe del nostro itinerario formativo: 0. La fede è il dinamismo fondamentale della vita umana: è normale accertarsi, è normale affidarsi; 1. La fede ha un carattere di luce: non è il contrario della ragione, ma è il potenziamento della ragione; la fede rende intelligenti; 2. La fede ha un carattere di forza: non è il contrario della libertà, ma il potenziamento della libertà; la fede rende liberi; 3. La fede è diffidare di sé e confidare in Dio: la fede richiede santa indifferenza, disponibilità alla volontà di Dio, che è più saggio e più buono di noi.


Procediamo ora nel nostro cammino. La fede ha il carattere dell’obbedienza. La Scrittura e il Catechismo parlano giustamente di “obbedienza della fede”, dell’obbedienza che è la fede. Ora, la fede ha la forma dell’obbedienza, ma l’obbedienza non va equivocata con la cieca sottomissione alla volontà di altri. Come suggerisce il termine stesso (“obbedienza” dal latino “ob-audire”), obbedire è stare di fronte al volto di un altro, è ascoltarsi nella parola di un altro, e dunque è vivere una relazione, è appartenere, è aderire e onorare una relazione significativa, addirittura fondante, come l’obbedienza a Dio Creatore, ai propri genitori, al proprio coniuge, soprattutto all’amore nuziale di Cristo sposo della Chiesa sposa. Ascoltiamo i papi:

San Paolo userà una formula diventata classica: fides ex auditu, “la fede viene dall’ascolto” (Rm 10,17). La conoscenza associata alla parola è sempre conoscenza personale, che riconosce la voce, si apre ad essa in libertà e la segue in obbedienza. Perciò san Paolo ha parlato dell’"obbedienza della fede" (Rm 1,5; 16,26)… L’udito attesta la chiamata personale e l’obbedienza, e anche il fatto che la verità si rivela nel tempo; la vista offre la visione piena dell’intero percorso e permette di situarsi nel grande progetto di Dio; senza tale visione disporremmo solo di frammenti isolati di un tutto sconosciuto (LF 1.30).


L’obbedienza, come la fede, non è il contrario della ragione e della libertà, ma è la ragione e la libertà in luce filiale e nuziale, cioè nell’ottica di chi ha compreso che noi siamo i nostri affetti, che la nostra identità si costruisce e si sviluppa nei legami, non senza legami, non nonostante i legami, non contro i legami. Obbedire è riconoscere che non ci siamo dati la vita da noi stessi, che ci dobbiamo ad altri: l’obbedienza dovrebbe essere vissuta in termini di riconoscenza. Insomma, l’obbedienza ben intesa, è una modalità dell’amore!

Qui dobbiamo aver presente che c'è la questione culturale per cui l’obbedienza non sarebbe più una virtù. Ma occorre riflettere che senza l’obbedienza, la libertà si muove senza limiti e senza legami, e alla fine sprofonda nella solitudine e nella paura. Senza obbedienza il rapporto fra legge e desiderio si ammala, scade nell’inibizione (nevrotica) o nella disinibizione (psicotica), nella ribellione o nell’indecisione. La libertà dell’uomo è sempre consegnata a qualcuno o qualcosa, se si perdono i padri, si avranno molti padroni, e se si rifiuta di servire Dio, si diventa schiavi di qualunque cosa: “da quando l’uomo ha smesso di credere in Dio, non è che non crede più a nulla, crede a tutto”! (K. Chesterton).

Può essere difficile obbedire, e obbedire come Dio vuole, perché molto dipende da quanta libertà viviamo nei nostri legami. In termini generali, obbedire può essere difficile perché affidarsi alla parola, alla testimonianza, all’esperienza di altri sembra essere rinunciare a ragionare con la propria testa o a camminare con le proprie gambe. Controlliamo ben poche cose, e tuttavia abbiamo paura di perdere il controllo. In realtà, l’obbedienza rende più stabili e più liberi: detto in maniera elementare, più ricevi, più hai, e più hai, più dai! Come si vede, l’obbedienza ha a che fare con l’interpretazione della vita come dono, come scambio di doni. La pura autonomia è mitologica ed erronea, non sta letteralmente né in cielo né in terra.

Più profondamente, obbedire può essere difficile perché essere figli ed essere sposi non è facile: c'è da armonizzare legame libertà, vincoli e svincoli. Da un lato c'è il rischio della dipendenza, dall’altro il rischio dell’arbitrio; da un lato, infatti, il nostro modo di stare al mondo dipende enormemente dalla relazione che abbiamo avuto con mamma e papà o che viviamo col nostro coniuge, dall’altro rischiamo di essere gelosi del nostro io, ripiegati sul nostro io, sequestrati dal nostro orgoglio, dai nostri bisogni, dai nostri desideri. In realtà, l’obbedienza è una modalità dell’amore

L’obbedienza definisce a tal punto la fede, da essere il tratto fondamentale dell’anima di Gesù e di Maria. Gesù: “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” (Gv 4,34). O addirittura: “Pur essendo Figlio, imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che patì 9 e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Eb 5,8-9). Maria: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38). E “beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore” (Lc 1,45).


Spunti spirituali

La fede di Gesù. Impariamo anzitutto la nostra obbedienza dalla bocca stessa di Gesù, dalla meravigliosa parabola del Padre misericordioso narrata in Lc 15,11-32, che si può chiamare la parabola dei “tre figli”. Lì c'è il Figlio con la sua perfetta obbedienza che narra delle patologie della nostra obbedienza. Lì c'è il confronto fra la disobbedienza e la corruzione del cuore (il figlio minore, l’obbedienza servile e la durezza di cuore (il figlio maggiore), l’obbedienza filiale e la bellezza di un cuore misericordioso (il Figlio).

- Il figlio minore rappresenta una libertà senza obbedienza:

Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. 13 Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. 14 Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. 16 Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava…

- Il figlio maggiore rappresenta un’obbedienza senza libertà:

Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. 29 Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso.

- Aspetto meraviglioso: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. Generosità di Dio nel dono e nel perdono!

- Aspetto inquietante: il figlio minore rientra in sé, il figlio minore si chiude in sé!? È adombrata la storia di Israele e il destino di morte di Gesù…


La fede di Maria. Maria è il miglior modello di obbedienza della fede, è la perfetta discepola è colei che ha fatto il più bel cammino di fede. Come Gesù, pur essendo Figlio di Dio fu dolorosamente obbediente, così Maria, pur essendo libera da ogni peccato, non fu esente da un doloroso cammino di fede.

Anche la Beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette, soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno al suo sacrificio, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata (LG 58).

Da Maria impariamo che, in quanto obbedienza, la fede comporta il non capire! Il che non produce inquietudine, ma serenità, perché Dio fa così (facciamoci aiutare dalla piccola mariologia di G. Forlai):

Dio non spreca la luce e accende fari solamente nel tratto di strada che siamo disposi a percorrere. Il che Più noi ci esponiamo, più il Padre celeste illumina il cammino. Meno ci muoviamo e meno vediamo dove dobbiamo arrivare.

E quindi, come Gesù stesso ci ha detto, “se uno è fedele nel poco gli verrà dato e affidato molto”.

In questo senso, Maria è Madre e Maestra, anzitutto perché “da parte sua, meditava nel cuore” le cose di Gesù (Lc 2,19)., e qui si comprende la retta idea di obbedienza:

Cosa vuol dire esattamente “meditava nel suo cuore”? Il termine è symballousa: la Vergine medita, letteralmente mette insieme, correla, collega… ma medita nel cuore, cioè con la ragione ma anche con la sua intelligenza emotiva. Il suo è un meditare che tocca la mente e la volontà, che fa seguire all’intuizione e al ragionamento il sentire, la determinazione, l’azione… Il suo è un meditare performativo: dà forma e forza agli atteggiamenti.

Anche noi forse ascoltiamo la Parola, a essa raramente diventa il criterio che orienta un modo di pensare, prima ancora che un modo di agire. Invece Maria meditando nel cuore compie una rottura con la mentalità di un mondo che pensa che Dio debba rispondere a certi requisiti ed essere vincolato a determinate regole. Molti altri personaggi che figurano nei vangeli dell’infanzia sentono parlare e vedono gli stessi fatti che vede ma; ma non li “meditano”, piuttosto li commentano, ne fanno motivo di discussione. Spesso non si mettono in cammino nemmeno per verificare che la loro interpretazione sia giusta. Pensiamo a Erode e ai sapienti della sua corte: sanno del Messia, sanno cosa dicono le Scritture, Maria giudicano in fretta e il loro giudizio porta paura…

In Maria ritroviamo i tratti del vero sapiente che sa mettersi davanti ai fatti della vita e accoglierli; ella prima vive e poi pensa. Non pianifica più; non si organizza. Sembra quasi che la Madre del Signore sappia che la mente che ragione “mente”, è ingannevole. Ella è sapiente proprio per questo, perché sa che non può sempre fidarsi dei suoi pensieri e che per discernere rettamente bisogna affidarsi a criteri che stanno al di là dei vortici della mente. La Vergine ha imparato ad accogliere l’esistenza come un dono, una sorpresa… La meditazione di Maria ci insegna che non possiamo affannarci a controllare l’esistenza che viviamo. La vita è sorprendente, sfugge alle pianificazioni.

Può meditare nel cuore, correlando avvenimenti e Parola, solo chi ha accettato una volta per tutte il fatto che la vita si riceve. Maria dicendo “eccomi” non solo obbedisce al Signore ma sceglie anche di mettersi dalla parte di chi si lascia plasmare senza paura da ciò che gli viene incontro, perché sa che tutto contribuisce al bene di coloro che amano Dio.

E poi Maria è Madre e Maestra nell’obbedienza della fede perché, pur essendo Madre, si fa discepola di Gesù.

La sua fede non sarà subito ripagata da una visione completa del significato degli avvenimenti, ma le consentirà comunque di rafforzare il suo amore verso Gesù, maturando il passaggio da un comune amore materno ad uno straordinario amore da discepola: questo è un dato essenziale della vita di Maria. Non si comprenderà mai appieno il suo mistero se non fermandosi sul delicatissimo transitare da madre e discepola, da educatrice ad educata, operato da Dio stesso attraverso lo strumento dell’oscurità.

- Al tempio, da Simeone, le viene detto che il suo bambino è posto per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione, sicché una spada trapasserà la sua anima, affinché vengano svelati i pensier di molti cuori (Lc 2,34-35)

E anche lei sarà messa di fronte al bivio: o seguire Gesù come discepola o rimanere a Nazaret a coltivare ricordi… posta davanti al progressivo svelamento dell’identità del Figlio, ha dovuto rivedere continuamente il suo modo di essere madre.

- Al tempio, al tempo dei dodici anni di Gesù, Maria e Giuseppe non compresero.

Hanno perso un bambino e hanno ritrovato un uomo; o meglio, hanno perso Gesù e trovano Cristo… Ma che cosa Maria non comprende? Certamente lei sa che Gesù è il Figlio unigenito del Padre: il concepimento verginale è lì a ricordarglielo. E allora: cosa non comprende? Non riesce a capire che Gesù, per realizzare la sua missione, deve sconvolgere gli equilibri familiari, quei legami sacri di sottomissione e obbedienza ai genitori che la Legg impone. Forse questo è il vero motivo del suo sconcerto. Ma Gesù, dopo il rimprovero, non tira la corda. Torna a casa, con sottomissione.

- All’inizio della sua vita pubblica, Gesù si comporta in modo non comune: sembra infrangere il sabato, tocca i lebbrosi rendendosi impuro, perdona i peccati, cosa che solo Dio può fare. E i parenti lo ritengono fuori di sé. Ma Gesù, dicendo “chi sono mia madre e i miei fratelli?”, sostituisce i vincoli di sangue con un nuovo tipo di rapporto fondato sull’ascolto obbediente della Parola”.

Cerchiamo di immaginare la scena visivamente per coglierne il paradosso: i parenti di Gesù, a lui più intimi secondo la carne, non trovano posto in casa; coloro che stanno ai piedi del Maestro dentro la casa (in realtà emeriti sconosciuti) diventano i suoi veri parenti. Il vicino si scopre lontano, il lontano vicino. La decisione personale per la conversione è così indicata come indispensabile, necessaria per non divenire estranei al Figlio: Maria non è esclusa. Certamente lei non deve convertirsi dai peccati ma da una mentalità: la sua gioia non deve riporla nell’essere madre secondo la carne, ma nell’essere discepola.

- … ed è così che la Madre del Signore diventa discepola, da discepola a Donna, e da Donna a Madre della Chiesa!... Facessimo diversamente, ci si blocca la crescita!


Riflessi educativi

1. Delicatissimo il compito di favorire la fede nei giovani aiutandoli ad elaborare i propri vissuti familiari e guarire dalle loro ferite: si tratta di risorgere da legami subiti o violati, da una parte da eredità scadenti, scomode e ingombranti, dall’altra da ingenuità e presunzioni che hanno rinnegato il patrimonio di un matrimonio, di una cultura, di una fede. Non è possibile spiccare il volo per una vita nuova senza aver ringraziato i genitori per i doni, perdonato i loro errori, ma infine senza aver intrapreso cose nuove senza recriminare riconoscimenti e approvazioni che talvolta non verranno.

2. In campo educativo, si può approfondire la verità che “obbedire è meglio” (C. Miriano), è più liberante e più arricchente del contrario. sul piano spirituale, l’umiltà e l’obbedienza sono spiritualmente vincenti, perché né il demonio né il mondo le conoscono, e su di esse non hanno potere. Come genitori, si può e si deve lavorare sui temi inevitabilmente legati all’obbedienza: stili educativi autoritari e permissivi, capricci e comportamenti oppositivi, permessi e divieti, coccole e castighi.


3. L’obbedienza della fede non nasce dalla paura, ma dalla fiducia. Maria è beata perché ha creduto, non perché ha semplicemente obbedito. Credere significa affidarsi, a chi si riconosce come credibile. Come genitori, chiedere obbedienza ai figli comporta essere credibili, perché l’educazione è fondamentalmente testimonianza. Questa è la condizione necessaria, anche se non sufficiente. Quando i figli vedono che ciò che diciamo è ciò che viviamo, possono imparare che l’obbedienza è risposta d’amore. Chiediamoci: la nostra autorevolezza nasce dal rispetto che trasmettiamo o dal potere che esercitiamo?


Don Roberto Carelli sdb

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