“CHI CREDE IN ME, FIUMI DI ACQUA VIVA SGORGHERANNO DAL SUO SENO” (GV 7,38): LA FEDE E L’ABBONDANZA.
- 3 giorni fa
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Mese di maggio: concludiamo il nostro percorso formativo annuale sul tema della fede in luce mariana. Il tema di oggi è quello dei frutti sovrabbondanti della fede. E qui Maria è il modello supremo. A lei è dedicata la prima beatitudine del Vangelo proprio a motivo della fede. E in Lei la Chiesa riconosce la più alta felicità e la più grande fecondità: prima Madre di Dio nella sua natura umana, poi Madre degli uomini per la nostra destinazione divina!
Belle le parole che papa Benedetto e papa Francesco hanno dedicato alla fede di Maria. Maria è la perfetta credente. È per eccellenza il “terreno buono” della parabola che porta frutto in pienezza, non 30, non 60, ma 100! E il “terreno buono” della parabola è il ritratto implicito della fede di Maria, poiché ha ascoltato e praticato con cuore “integro e buono”, cioè in verità e con carità, con rettitudine e generosità:
Nella parabola del seminatore, san Luca riporta queste parole con cui Gesù spiega il significato del "terreno buono": “Sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza” (Lc 8,15). Nel contesto del Vangelo di Luca, la menzione del cuore integro e buono, in riferimento alla Parola ascoltata e custodita, costituisce un ritratto implicito della fede della Vergine Maria. Lo stesso evangelista ci parla della memoria di Maria, di come conservava nel cuore tutto ciò che ascoltava e vedeva, in modo che la Parola portasse frutto nella sua vita. La Madre del Signore è icona perfetta della fede, come dirà santa Elisabetta: “Beata colei che ha creduto” (LF 56)
Suggerimenti spirituali
La fede permette a Dio di operare in me, in noi, nella Chiesa, nel mondo. E quando Dio opera, opera da par suo: il suo contrassegno è la sovrabbondanza. Qui Gesù parla chiaro: nella fede “si può camminare sulle acque” e si possono “spostare le montagne”. Nella fede, l’impossibile diventa possibile.
Se lo scorso ritiro abbiamo chiarito che la fede opera nella carità, che la fede non è separabile dalle opere, e che la fede senza le opere è morta, oggi la posta in gioco è la fecondità delle opere, l’autentica fecondità delle opere. è da precisare, perché abbiamo visto infatti quelle che la Lettera agli Ebrei chiama “opere morte” (Eb 6,1 e 9,14), quelle che non portano frutto: esiste l’inerzia, la pigrizia e la tiepidezza, esiste la dispersione e l’inconcludenza, esiste il camminare a vuoto, esiste un affannarsi e un faticare che alla fine risultano sterili, esistono opere efficienti ma non efficaci, opere molto apprezzate dal mondo ma irrilevanti agli occhi di Dio.
La Scrittura afferma che c'è una differenza smisurata fra chi confida nel Signore e chi confida in se stesso:
Maledetto l'uomo che confida nell'uomo, che pone nella carne il suo sostegno e dal Signore si allontana il suo cuore. Sarà come un tamerisco nella steppa. Benedetto l'uomo che confida nel Signore e il Signore è sua fiducia. È come un albero piantato lungo l'acqua, non smette di produrre i suoi frutti (Ger 17,5-8).
La carità e le opere dei santi e delle sante attestano inequivocabilmente che nella vera fede si porta molto frutto. Gesù l’ha detto e l’ha promesso. Si può avere una vita umile e invisibile, e invisibili possono essere per lungo tempo i risultati, ma nella fede saranno abbondanti. Il credente sperimenterà quanto sono vere le parole di Gesù quando afferma che trasferirà a noi la stessa fecondità che Egli in grazia del suo rapporto col Padre:
In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre (Gv 14,12).
Il credente sperimenterà la fedeltà di Gesù alle sue promesse, perché realizzerà il suo testamento d’amore in chi rimane in Lui nella fede, nella speranza e nella carità: felicità, fecondità ed efficacia della preghiera!
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore (Gv 15, 4-9)
Un paio di avvertenze per non essere ingenui, e per non cadere nella tentazione dello smarrimento e del risentimento verso Dio, come se non ci volesse esaudire:
- Il nostro tema è l’abbondanza dei frutti della fede, che non coincide con l’abbondanza di cose mondane. Spesso, anzi, per portarci all’essenziale e liberarci dalle dissipazioni, la misura dell’amore di Dio la si vede non in ciò che ci dà, ma in ciò che ci toglie! Ricordare che il primo obiettivo spirituale è sempre la lotta fra orgoglio e umiltà, fra il morire a se stessi e il rinascere in Dio.
- Ci va grande vigilanza nel non mettere limiti alla Provvidenza, fermandoci, di fronte all’abbondanza dei problemi e alla penuria delle risorse, a considerazioni mondane ispirate al “buon senso” di chi pensa che sia “tutto qua”, di chi non tiene conto della presenza operante di Dio e della presenza efficace dei suoi figli e delle sue figlie. Occhio poi – avvertenza di papa Francesco – non solo alla “mondanità mondana”, ma anche alla “mondanità spirituale”, quella che si serve delle verità e delle pratiche della fede ma senza fede, quella che anche nelle cose della religione non cerca il regno di Dio ma l’affermazione del proprio io. Lo scontro – lo abbiamo già visto – è sempre fra volontà di potenza e volontà di servizio!

Si può fare lectio divina su Gv 2,1-11, le nozze di Cana, alla cui conclusione “i discepoli credettero in Lui”. Lì sono in gioco tutte le dimensioni della fede, che quando sono veramente messe in gioco permettono il miracolo del vino buono dell’amore umano innestato nell’amore di Dio, il vino buono delle nozze umane che prepara la consumazione definitiva delle nozze dell’Agnello.
Proviamo a meditare soprattutto su questi punti e riflettiamo sulla temperatura e la fecondità della nostra fede!
- la presenza, la fede, l’intercessione di Maria…
- la sproporzione fra la mancanza iniziale e la sovrabbondanza finale del vino, fra la qualità del primo e l’eccellenza del secondo…
- l’obbedienza di fede dei servi e il mistero delle mediazioni…
- la prospettiva eucaristico-pasquale di tutta la scena per le parole di Gesù alla Madre…
Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. 2 Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3 Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». 4 E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora». 5 La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà». 6 Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. 7 E Gesù disse loro: «Riempite d'acqua le giare»; e le riempirono fino all'orlo. 8 Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. 9 E come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo 10 e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po' brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono». 11 Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.
Orientamenti educativi
Per la formazione dei giovani, è importante aiutarli a comprendere che ciò che non è seminato nella fede si disperde e non porta frutto. Ciò è decisivo per l’educazione morale: è inutile dire “Dio mi vuole felice” e “non mi può chiedere questo o quest’altro” per legittimare i propri impulsi e desideri, o per patteggiare fra le cose di Dio e le cose del mondo, dimenticando la Parola del Signore e calpestando le leggi di Dio, e non di rado violando le stesse leggi della natura (tipo: la mancanza di temperanza, le esagerazioni, che creano dipendenza… in medio stat virtus…).
Un tema educativo che si può approfondire è quello della gestione del tempo libero e dei new media: la loro presenza può essere anche educativa, ma la loro invadenza può oscurare il primato della Parola accolta e corrisposta. Per questo però occorre propiziare una pedagogia che educa alla responsabilità, e per questo ci vuole – garantito dai migliori esperti – “più gioco e meno telefono”, “più gioco libero” e “meno ossessione per la sicurezza”., onde evitare il paradosso di un eccesso di controllo sul reale e di un fuori controllo sul virtuale.
Don Roberto Carelli sdb



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