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S E F COME SORELLE E FRATELLI

  • 22 mag
  • Tempo di lettura: 4 min

Parliamo dell’essere fratelli e sorelle solo ora, perché la lettera F era troppo ricca e occorreva giocoforza scegliere tra parole altrettanto importanti come fede, figli, fidanzamento, fedeltà, fecondità, fraternità… D’altra parte, la fraternità è una parola essenziale per l’alfabeto familiare: è insieme il frutto della fecondità naturale, perché fratelli e sorelle nascono dall’amore degli sposi; ed è frutto della fecondità soprannaturale, perché incarnandosi e donandosi, il Figlio di Dio si è fatto nostro fratello e ci ha resi tutti fratelli e sorelle in quanto figli di un unico Padre. La fraternità è a tal punto centrale nel lessico cristiano, che amore cristiano e amore fraterno tendono a identificarsi e ad assumere una portata universale.


Fraternità o fratellanza?

Tra cristiani è talmente ovvio chiamarsi fratelli e sorelle nel Signore, particolarmente nelle comunità dei consacrati e delle consacrate, che si corre il rischio di banalizzare i termini. Effettivamente, come osserva papa Francesco, fratello e sorella sono al tempo stesso “parole che il cristianesimo ama molto”, “parole che tutte le culture e tutte le epoche comprendono”. È perciò necessario riconoscere che la fraternità nella fede e l’ideale della fraternità universale sono dono di Dio, non di natura: sono frutto della Pasqua di Gesù, non certo opera delle mani dell’uomo. Dove manca o si attenua la percezione del dono di Dio, l’ideale della fraternità fra i popoli cede infatti il passo al principio etnico, regredisce a nazionalismo o egoismo familiare. In questo modo il legame fraterno, invece che sprigionare i suoi significati elementari di ospitalità e uguaglianza, genera i significati contrari: esasperazione delle differenze, diffidenza, estraneità, inimicizia, conflitto. Istruttiva è la parabola della cultura moderna, nella quale l’ideale della fratellanza, fondata sull’evidenza razionale dell’unità del genere umano invece che sul dato di fede della paternità di Dio, ha generato i mostri della cultura individualistica, delle politiche nazionaliste e delle ideologie razziste, per capovolgersi infine nel velleitarismo filantropico del ’68 o nel totalitarismo globalistico di oggi. Non si scappa: la fraternità si fonda sulla famiglia e su Dio, non altrove! È frutto della generazione e della redenzione, non di un’istituzione o di una convenzione! È scritta nella carne e nel sangue dei genitori, ed è riscattata nella carne e nel sangue di Cristo! Non si può dunque equivocare la “fraternità” cristiana con la “fratellanza” illuminista. Come dice papa Francesco, “forse non sempre ne siamo consapevoli, ma è proprio la famiglia che introduce la fraternità nel mondo”, ed è da lì “che si irradia sull’intera società”! Un vago umanitarismo, fondato sul sentimento della comune natura umana, risulta incompiuto e imperfetto, incapace di correggere quella spinta egoistica presente nel cuore dell’uomo. Per questo – soggiunge il Papa – “anche la libertà e l’uguaglianza, senza la fraternità, possono riempirsi di individualismo e di conformismo”.


Caino e Abele

La Bibbia, da parte sua, conosce bene la bellezza e il dramma della fraternità. Da Caino e Abele, a Giacobbe ed Esaù, o Giuseppe e i suoi fratelli, fino alle parabole di Gesù – quella dei due figli e quella del padre misericordioso – la Scrittura fa emergere a più riprese il profilo storicamente ambivalente della fraternità: è un’esperienza insieme strutturante e ingombrante, genera la libertà ma anche la minaccia, rende capaci di scegliere ma non è oggetto di scelta, è dono e imposizione, è avere la stessa origine ma anche destini diversi, è esperienza di unicità ma è segnata dal continuo confronto, dalla tensione continua fra affetto e invidia, rivendicazione del proprio posto e capacità di fare posto. Ecco allora che da una parte la Scrittura può esclamare “quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme” (Sal 132,1); ma d’altra parte, pur avendo un solo padre, “perché dunque – dice il profeta - agite con perfidia l'uno contro l'altro profanando l'alleanza dei nostri padri?” (Mal 2,9). L’esperienza familiare maturata nel corso della storia e nella varietà delle culture conosce bene la dialettica fraterna fra solidarietà e competizione, complicità e conflittualità, affetto incondizionato e litigio cronico. Essa sorge per mille motivi: i diritti di primogenitura e la legge del maggiorascato, le rivalità per il riconoscimento e le preferenze genitoriali, le gelosie e le invidie che generano risentimento e arrivano fino all’omicidio. L’arrivo di un fratello o di una sorella rappresenta sempre un evento critico: il dilemma è se ci sia spazio o si possa fare spazio ad altri, se il desiderio di essere unici agli occhi dei genitori possa essere insieme esclusivo e inclusivo. Anche Pietro, pur avendo ricevuto la più alta dignità nella Chiesa, faticò molto a riconoscere il primato affettivo di Giovanni! Va poi tenuto conto che il legame fraterno, essendo la prima e più durevole forma di prossimità orizzontale, necessita di molte attenzioni: richiede soprattutto di coniugare immediatezza e rispetto, di armonizzare il volersi bene e il trattarsi bene, perché spesso, purtroppo, dove c’è l’uno manca l’altro. Terribili sono infatti le discordie tra fratelli, difficilmente guaribili: proprio perché il legame fraterno vive di un’intesa implicita e inviolabile, di un’alleanza non scritta ma perciò più intima, di una legittimità insieme spontanea e obbligatoria, le ferite tra fratelli e sorelle, interrompendo la naturale ovvietà del legame, finiscono per accrescere il risentimento e rendono arduo il perdono.


Fraternità e comunità

Anche nella comunità cristiana, specie tra i consacrati, l’amore fraterno vive una sua tipica tensione. Il rischio è quello di vivere insieme senza amarsi, oppure di vivere la forza di un carisma senza cura delle forme che lo tengono vivo. L’equilibrio è delicatissimo. Da una parte è chiaro che la vita fraterna non si realizza semplicemente con l’osservanza delle norme che regolano la vita comune, d’altra parte è evidente che proprio l’osservanza della vita comune assicura una più intensa vita fraterna. Una comunità di consacrati, come più in generale una comunità cristiana, o una comunità educante come un oratorio o una scuola, dovrà dunque bilanciare le due esigenze: non una pura comunione di spiriti che vada a svalutare le manifestazioni della vita comune, né un’eccessiva insistenza sulla vita comune tale da oscurare gli aspetti sostanziali della fraternità. Ma su questo il desiderio del Signore è chiaro, ci va cuore e concretezza: “amatevi gli uni gli altri”, perché “da questo conosceranno che siete miei discepoli” (Gv 13,34), “amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda” (Rm 12,10).


Don Roberto Carelli SdB (Alfabeto Familiare)

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