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Q COME QUEER

  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Con la lettera “Q” vogliamo in questo numero rendere conto dell’ultima frontiera del male che si scatena contro la famiglia naturale uscita dalle mani di Dio. La famiglia è oggi sotto attacco, un attacco inedito e inaudito, ma sono proprio le famiglie ad esserne poco consapevoli. Magari vivono fatiche e disagi, separazioni coniugali e difficoltà educative, ma non sanno bene “a chi dire grazie”.


Già abbiamo fatto cenno alla questione del gender, che ritiene la famiglia un puro prodotto della cultura contestando addirittura il carattere naturale del maschile e del femminile e promuovendo le possibilità della generazione artificiale. A pochi è però noto che la punta avanzata dell’ideologia gender è la teoria queer, che per assenza di fondamenti, portata distruttiva e forza di penetrazione culturale è senza precedenti. Essa determina una crisi antropologica che si prospetta come un passaggio dall’umanesimo al post-umanesimo, il quale nega la regalità dell’uomo sul creato e mira a cancellare le distinzioni fra l’uomo, l’animale e la macchina. Stefania Craxi, che non può essere sospettata di clericalismo, spiega bene che assistiamo oggi alla “fine della parabola del Sessantotto che dipinse la libertà come assenza di ogni legame: siamo giunti alla negazione dell’ultimo limite umano, quello corporeo, in cui ciascuno deve essere riconosciuto per quel che sente, non importa se la realtà dice l’opposto. Ma se non rispettiamo i vincoli naturali dell’essere uomini e donne, non ci realizzeremo. Si è madri o padri, non sono ruoli intercambiabili. Le altre sedicenti famiglie sono un artificio. Io penso che occorra difendere il diritto naturale. La Chiesa fa una cosa molto semplice, illumina la struttura della realtà”.


Oltre ogni limite

Cos’è la teoria queer? Di cosa si tratta? diciamolo anzitutto con le parole di Margherita Peeters: “la teoria gender sta passando a un livello superiore, decisivo, trasformandosi in teoria queer. Passa cioè a una volontà di destabilizzazione identitaria e istituzionale generalizzata, perché non si ferma alla decostruzione del soggetto: si interessa soprattutto alla decostruzione dell’ordine sociale”. Il termine “queer”, che significa strano, eccentrico, obliquo, viene impiegato per esprimere l’intenzione eversiva rispetto ad ogni pretesa di assegnare significati stabili a uomo e donna, a sesso e genere, a matrimonio e famiglia. Judith Butler, la massima esponente della teoria queer, dichiara apertamente che l’obiettivo è quello di “sovvertire le struttura della parentela”. L’impresa nasce dal desiderio delirante di poter essere ogni cosa, o, che è lo stesso, dalla pretesa di non essere nulla di preciso, e per riuscirci mette in opera una strategia di sfondamento dell’identità personale e dell’ordine sociale profondamente dai caratteri ambigui e contraddittori: nega ogni teoria ma in realtà è una pura teoria, decostruisce i significati ma ne costruisce di nuovi, cancella i sessi e legittima ogni preferenza sessuale, denuncia gli stereotipi di genere ma ne inventa altri dal significato indistinto, primo fra tutti quello di “omofobia”: nessuna autorità l’ha mai definito, ma tutti se ne servono con disinvoltura, nasce sul terreno della lotta alle discriminazioni, ma diventa strumento di intimidazioni. Ricalca in fondo i modi di fare di tutte le ideologie, dove le idee non rispettano più la realtà, ma tentano di rimodellarla. Non è facile rendersi conto del potenziale distruttivo di questa nuova ideologia, perché, come sempre, il male si traveste da bene, non si presenta mai nella sua ingiustizia ma caso mai come rivendicazione di giustizia. In particolare, è proprio della teoria queer risultare indefinibile, sfuggente. Spiega la filosofa Susy Zanardo: la teoria queer “è la posizione estrema di chi non ha posizione, né sesso, né genere, né corpo riconoscibile, né identità: è una contro-strategia politica che lotta contro i meccanismi del potere e le istituzioni sociali e la più radicale manifestazione della difficoltà a definirsi, delimitarsi, determinarsi. È il trionfo della vulnerabilità e al tempo stesso della tentazione all’onnipotenza, dove essere tutto ed essere niente diventano lo stesso”.


Dal gender al queer

Ma come si è arrivati a una teoria così inquietante, che da una parte è priva di seri fondamenti teorici e d’altra parte è ormai la base delle politiche sociali internazionali e nazionali? Semplificando al massimo per ragioni di spazio, si può dire che tutto nasce negli anni cinquanta del secolo scorso nei laboratori psichiatrici, viene adottata come strumento della rivoluzione femminista e sessuale degli anni sessanta-settanta, matura negli anni novanta un assetto concettuale e accademico rilevante, fino ad imporsi come norma politica mondiale nella governance internazionale. Il contenuto teorico prende le mosse dalla distinzione per sé legittima fra sex e gender, dove il sesso indica la dimensione anatomica dell’essere umano, mentre il genere designa la percezione di sé come maschio o femmina. Il punto è che la distinzione diventa scissione: il sesso sarebbe solo natura e il genere solo cultura, il primo un dato privo di significati, e il secondo è un sistema di significati costruiti. In tal modo, però, la libertà resterebbe mortificata da entrambi i lati: sottomessa al dato biologico da una parte, oppressa dalla cultura dall’altra. Si arriva allora a pensare che non solo il genere non è modellato sul sesso, ma è il corpo sessuato ad essere modellato dalle interpretazioni socio-culturali. Abbattuta la realtà del sesso biologico, resta infine il compito di abbattere anche le distinzioni di genere in quanto discriminanti e oppressive. Ecco allora il titolo del famoso libro della Butler: Undoing Gender, manifesto della cultura queer: disfare non solo il sesso, ma anche il genere, negare sia natura che cultura, decostruire tutto ciò che è dato o costruito, favorire – come spiega Susy Zanardo – “progetti di disindentificazione permanente”, impedire ogni affermazione identitaria, far sì che ciascuno possa essere ciò che sente di essere e nessuno possa imporre alcunché di normativo. Il risultato è in realtà difforme dalle intenzioni, e si configura come dittatura del pensiero unico. Si tratta di una minaccia talmente reale, che lo stesso papa Francesco è intervenuto a farne denuncia, soprattutto in quanto tende a imporsi mediante programmi di rieducazione degli insegnanti e di educazione dei bambini fin dalla più tenera infanzia, proprio nel momento in cui si forma in loro l’idea del maschile e del femminile, la percezione di sé come maschi e femmine, la determinazione dei ruoli e delle attese di genere, la configurazione degli atteggiamenti e dei comportamenti appropriati alla loro maschilità e femminilità: “occorre sostenere il diritto dei genitori all’educazione dei propri figli e rifiutare ogni tipo di sperimentazione educativa sui bambini e giovani, usati come cavie da laboratorio, in scuole che somigliano sempre di più a campi di rieducazione e che ricordano gli orrori della manipolazione educativa già vissuta nelle grandi dittature genocide del secolo XX, oggi sostituite dalla dittatura del pensiero unico”.


Per una teologia del corpo

E dire che per noi cristiani, come il giovane Ratzinger scriveva in un testo teologico, “il biologico è già teologico”, porta in sé le tracce di Dio, ci parla di Dio, ci rende simili a Dio. Certo, non esiste alcun corpo umano che sia solo natura senza essere cultura, ma non esiste alcuna cultura che in origine non trovi le radici nell’incontro naturale, amoroso e fecondo, dell’uomo e della donna. Anche i nomi delle cose sono maschili e femminili!


Don Roberto Carelli sdb

(fonte: Roberto Carelli – Alfabeto Famigliare)

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