P COME PROCREAZIONE
- Adma Don Bosco
- 8 gen
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“Non osi separare l’uomo ciò che Dio ha unito”, cioè l’uomo e la donna, l’amore e la vita. Come è forte quel verbo “osare”: suona come un’intimazione, fa sentire tutta l’autorevole e amorevole signoria di Dio, nostro Creatore e Padre, che vuole solo il nostro bene, e non vuole che ci facciamo male! È lì nella Bibbia a dirci, a sigillo dei racconti di creazione, che la posta in gioco relativa alla famiglia, “l’intima comunione di amore e vita dell’uomo e della donna”, è troppo alta per essere manipolata, disordinata, esposta a sperimentazioni arbitrarie. Ed è in nome di Dio che la chiesa ha sempre insegnato l’unità dei due fini del matrimonio, quello unitivo e quello procreativo: è il miglior specchio creaturale dell’amore trinitario di Dio. In effetti, nel rito del matrimonio il consenso degli sposi è vincolato a tre grandi responsabilità: la libertà del legame, la promessa d’amore e l’apertura alla vita. Paolo VI, ai tempi del Concilio, parlava in maniera accorata della separazione di amore e vita ormai dilagante nella mentalità corrente: “tacere non possiamo. Parlare è un problema. La Chiesa non ha mai dovuto affrontare per secoli cose simili. E si tratta di materia diciamo strana per gli uomini della Chiesa, anche umanamente imbarazzante”. Anche papa Francesco è intervenuto con forza per ricordare che la famiglia è un dato naturale, che viene prima dello stato, del diritto, del mercato, e perciò può essere solo riconosciuto, mai rimodellato: “la famiglia è un fatto antropologico.

Non possiamo qualificarla con concetti di natura ideologica, che hanno forza soltanto in un momento della storia, e poi decadono. Non si può parlare oggi di famiglia conservatrice o famiglia progressista: la famiglia è famiglia!” Dalla crisi etica alla crisi antropologica E così ci troviamo nel bel mezzo di una crisi antropologica che scuote l’umano fin dalle fondamenta. Attraverso l’azione congiunta di un’idea d’amore passepartout e della potenza delle tecno-scienze viene operata “una sconnessione radicale del rapporto sessuale rispetto la fedeltà amorosa e alla procreazione” (F. Hadjadj). La logica del “love is love” mette a tacere qualunque riferimento oggettivo e responsabilizzante, strappa l’amore e la vita dall’alveo familiare, fa passare come conquiste civili, promosse in termini di diritto e di compassione, il divorzio, che è la morte dell’amore, l’aborto, che è la morte della vita, e le ideologie di genere, che uccidono il volto dell’uomo e della donna.
Tale impresa, a parole destinata a favorire l’amore e la vita, nei fatti ha esiti contraddittori: fuori dal matrimonio il sesso si separa non solo dalla vita, ma anche dall’amore, le pratiche per il divorzio vengono accelerate, la vita diventa oggetto di produzione invece che di generazione, gli stati promuovono allo stesso tempo, capricciosamente, campagne contraccettive e politiche nataliste. Forti le parole di Hadjadj: assistiamo al “passaggio dalla famiglia all’azienda, e dalla nascita alla fabbricazione, o se si preferisce, dal concepimento oscuro nel ventre di una madre al concepimento trasparente nello spirito dell’ingegnere”.
Ma, come osserva R. Volpi, brillante sociologo a cui si devono importanti opere sulla condizione odierna della famiglia, non è che la natalità aumenti, piuttosto diminuisce, perché “una piena, totale libertà di arrivare ai figli è evidentemente il bilanciamento nient’affatto inconscio dell’altrettanto piena e totale libertà dei non figli, della quale proprio le coppie che scelgono di non averne si avvalgono”. In altre parole, la sostituzione della riproduzione sessuale con quella tecnologica corrisponde alla fabbricazione del bambino invece che alla sua accoglienza: da qui l’ideologia del diritto al figlio e la pretesa della perfezione del figlio, con la conseguenza che proprio il desiderio di un figlio, nel caso non sia perfetto, ne legittima la soppressione. È la “cultura dello scarto” tante volte denunciata dal Santo Padre. Inferno coniugale e inverno demografico Separati l’una dall’altra, la coniugalità e la fecondità perdono la loro vitalità, diventano un problema, non funzionano più. Dove manchi la fede o difetti il buon senso, arriva impietosa la statistica, che parla con la forza dei dati e l’evidenza dei numeri: ormai il problema più grave dell’Occidente è la denatalità, e questa è frutto della crisi della coppia: si pretendeva il contrario, ma fuori dal matrimonio c’è meno sesso e ci sono meno figli, le coppie scoppiano e la società si estingue. Oggi in Italia le donne mettono al mondo la metà dei figli rispetto alle loro madri, e questo nonostante il maggior benessere, la liberalizzazione sessuale e le politiche nataliste.
Nel 2010, secondo l’Istat, i matrimoni sono stati 216mila, 15mila meno dell’anno precedente, 30mila meno di due anni prima, e così a partire dal ‘73, anno in cui si contarono 420mila nuove nascite, il doppio di quelle attuali. Significativo è che la caduta verticale delle nascite si è verificata a partire dal 1975, anno del referendum a favore del divorzio. Oggi il tasso di fecondità degli italiani è il più basso d’Europa, con 1,3 figli per donna, il che significa, a detta degli esperti, che neanche nel 2050 si riuscirà a garantire un sufficiente ricambio generazionale. La cosa triste è la crisi della sessualità e della fecondità si sono verificate proprio in nome del cosiddetto “libero amore”, un amore tuttavia ben poco liberante, in quanto risponde a un’idea astratta di amore, priva di radici sessuali e fondamenti teologali, di fecondità naturale e soprannaturale. U. Veronesi è perfino arrivato a dire, tra le sue note esagerazioni ateistiche, che l’amore puro è solo quello gay, in quanto libero da compiti procreativi! In realtà, un amore così inteso, senza sessi e senza Dio, è al tempo stesso meno vitale e meno appagante. Volpi spiega che “il sesso appare oggi sempre più lontano, culturalmente, sentimentalmente, antropologicamente, dalla funzione riproduttiva, sempre più indipendente da tutto: dai sentimenti, diciamo pure dall’amore, così come, a maggior ragione, dalla riproduzione sessuale, dalla stessa possibilità dei figli. Il sesso non soltanto non implica più ma neppure richiama più alla mente la riproduzione e i bambini, se non, semmai, come rischio da evitare”. Per ora ci fermiamo a queste considerazioni problematiche. Torneremo sull’argomento nel prossimo numero.
Don Roberto Carelli sdb
(fonte: Roberto Carelli – Alfabeto Famigliare)



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