ANCORA P COME PROCREAZIONE.
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Abbiamo visto nello scorso numero come gli effetti della rivoluzione sessuale non siano stati vantaggiosi per nessuno, e non per l’industria farmaceutica e il business dell’intrattenimento: la promozione di un esercizio della sessualità separato dalla religione e dalla famiglia, dall’amore e dalla procreazione, ha significato meno figli e meno sesso, meno fecondità e meno felicità. Sì, perché il libero amore non è per nulla liberante: liberanti sono i legami d’amore! Anche perché dietro il libero amore, in realtà ci sta l’individualismo, l’ostinazione con cui magari si cerca l’amore e la vita, ma nell’ottica dei diritti e del benessere individuale, del proprio tempo, della propria giovinezza, dei propri obiettivi. E così, commenta Volpi, “è vero che c’è attenzione spasmodica verso i figli tanto da parte dei genitori che delle società, ma non è meno vero che ai figli si preferisce sempre di più una vita più libera di fare e padrona di fare, padrona di sé”. Risultato: “le due rivoluzioni dello slittamento dei concepimenti e dei figli da dentro a fuori del matrimonio e da età giovanili a età sempre più spostate in avanti hanno portato a meno figli come conseguenza di un numero minore di rapporti sessuali nelle età più favorevoli alla riproduzione”.
Rivoluzione e involuzione sessuale.
Il dato più vistoso a proposito di matrimonio e famiglia è oggi lo slittamento verso soglie sempre più basse di responsabilità: dal vincolo sacramentale, al vincolo solo civile, all’assenza di vincolo stabile nei progetti di convivenza, fino alle forme di convivenza senza coabitazione, decisamente in crescita. Tale scivolamento fa sì, osserva ancora Volpi, che “i rapporti sessuali non solo non sono aumentati come quantità, ma non sono neppure diventati più soddisfacenti di una volta”. Si aggiunga che la liberalizzazione della vita sessuale, favorendo le più svariate forme di irresponsabilità, produce una deriva terapeutica: lo spettro del sesso infetto, collegato a terribili malattie, trasforma il fuori controllo erotico nell’eccesso di controllo contraccettivo. Sono infatti ormai molti gli studiosi e gli osservatori delle organizzazioni internazionali che riconoscono la ragionevolezza delle parole di Benedetto XVI, quando spiegava che le campagne contraccettive non risolvono i problemi legati all’Aids e alla piaga dell’aborto, ma al contrario li accentuano, in quanto non operano sul senso di responsabilità personale ma lo sostituiscono tecnologicamente.
Ciò che però più preoccupa, in termini di qualità umana, è che l’obiettivo del controllo delle nascite tende a compromettere la maturazione della donna in senso materno e dell’uomo in senso paterno: la sostituzione della riproduzione sessuale con quella tecnologica oscura e mortifica i profondi significati che sprigionano da quella relativa “perdita di controllo” che è propria dell’atto coniugale e dell’evento del concepimento, tutte cose che ricordano agli sposi che non siamo essi né la fonte dell’amore né la sorgente della vita: “il proprio del femminile, nella maternità – spiega incisivamente Hadjadj – è di accogliere dentro di sé un processo oscuro, quello della vita che si dona da sé. Creare degli uteri artificiali può apparire come un’emancipazione della donna, ma in realtà è una confisca dei poteri che le sono più propri: da una parte perché fa sì che la donna, non essendo più madre, diventi un’impiegata o una padrona, come se fosse una liberazione; dall’altra perché il processo del concepimento diventa una procedura tecnica trasparente, che è ciò a cui si limita l’operazione dell’uomo, che non ha un utero e fabbrica con le proprie mani”.

Famiglia, culla dell’amore e della vita. Occorrerà rilanciare la verità che l’amore e la vita o stanno insieme o insieme si perdono. La vita è il frutto dell’amore e l’amore è il senso della vita: dove c’è amore fiorisce la vita, e non c’è vita dove manca l’amore! E questo perché Dio è Amore ed è amante della vita, e la nostra vita ha la sorgente nell’Amore di Dio! La trama familiare dell’uomo parla chiaro: la storia va avanti di generazione in generazione perché di volta in volta si è figli e si diventa sposi, si è sposi e si diventa genitori, si è creature di Dio e si diventa procreatori a servizio di Dio. Quando l’amore e la vita sono una cosa sola, allora è facile capire che la pienezza degli sposi è l’essere genitori, e che un bambino è anzitutto un figlio, non dunque il risultato di una produzione, ma il frutto di un atto di generazione, non il risultato di una procedura, ma la novità di una libertà: “attraverso l’unione sessuale di un uomo e di una donna – ascoltiamo ancora Hadjadj – il bambino arriva come un sovrappiù dell’amore: non è il prodotto di un fantasma né il risultato di un progetto, ma un’altra persona che sorge, singolare, incalcolabile, che supera i nostri piani”. Meravigliosa è in questo caso la ricaduta spirituale, affettiva ed educativa: sposi più sereni perché non padroni della vita, e figli più liberi perché semplicemente accolti nella vita; genitori più autorevoli perché coscienti dei diritti di Dio, e figli più obbedienti perché meno esposti alle attese dei genitori; genitori che si assumono fondamentalmente un dovere di testimonianza, e figli vincolati principalmente da un debito di riconoscenza. Insomma, come dice la Scrittura, figli più rispettosi e genitori meno ansiosi: “voi, figli, obbedite ai genitori in tutto. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino” (Col 3,20-21).
Don Roberto Carelli sdb
(fonte: Roberto Carelli – Alfabeto Famigliare)



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