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T COME TENEREZZA

  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Se c’è una lettera che non può mancare in un alfabeto familiare è di sicuro la “t” di “tenerezza”. La tenerezza è la risonanza tipica degli affetti familiari. E proprio per questo è anche una delle parole più adatte a rendere l’idea dell’amore di Dio, della sua misericordia! Poiché l’uomo è stato creato in formato familiare ad immagine e somiglianza di Dio, non deve meravigliare che proprio ciò che è più distintivo dell’amore umano sappia esprimere anche l’eccellenza dell’amore divino.


Gli affetti più “cari” dell’uomo.

Cos’è la tenerezza? di che tipo di sentimento si tratta? Di primo acchito, la tenerezza indica la dolcezza, la delicatezza, l’affettuosità dell’amore. Essa richiama qualcosa di morbido, privo di durezza. La tenerezza è il moto del cuore contrario della durezza di cuore. È quando il cuore si scioglie di fronte a un volto amato. Suscita tenerezza il viso di un bimbo, e quando sorge un amore fra un ragazzo e una ragazza si osserva che tra loro “c’è del tenero”. Andando più a fondo, caratteristica essenziale della tenerezza è che si tratta di un sentimento coinvolgente e avvolgente, dove l’anima e il corpo, all’apparire della persona amata, si emozionano e si stupiscono insieme, letteralmente, si “com-muovono”. La tenerezza, in altre parole, è dove i sensi sono spirituali e lo spirito si fa sensibile. Non è un caso che le persone più amate diciamo che ci sono “care”, aggettivo che in italiano dice “affetto”, ma nella radice latina significa “carne”! Altro carattere distintivo della tenerezza è il fatto che si accende dinanzi a ciò che è “piccolo”. Non è cosa di poco conto! Significa percepire l’altro nel suo essere misero, vulnerabile, indifeso, esposto. Richiama la nostra creaturalità, il non bastare a noi stessi e l’aver bisogno dell’altro, il bisogno di protezione e riconoscimento. E suscita immancabilmente il desiderio di farsi piccoli con chi è piccolo, di abbandonare i nomi per usare “nomignoli”, di rannicchiarsi ospitarsi e essere casa per l’altro, di vivere l’intimità dell’amore senza negare il mistero, che di esprimere la potenza dell’amore esaltandone l’inermità. La tenerezza dice che la familiarità non smette di essere un miracolo, e che l’appartenersi è proprio diverso dal possedersi. La tenerezza dice la grandezza dell’amore si esprime sulla misura dell’umiltà.


L’amore “viscerale” di Dio.

Come è noto, il Dio biblico, a differenza del Dio dei filosofi e delle religioni, è un Dio appassionato. Non è semplicemente la “causa prima” di cui la logica ha bisogno, e non è per niente un “giudice spietato” che popola la fantasia religiosa dei popoli, ma è un Creatore che si svela come Padre buono e misericordioso. E non bisogna aspettare Gesù per saperlo: “pietà e tenerezza è il Signore” (Sal 110,4), “egli è buono verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature” (Sal 144,9). A dispetto del fatto che è quasi un luogo comune distinguere eros e agape come amore di concupiscenza e amore di benevolenza, come amore possessivo e amore oblativo, Papa Benedetto, nella sua splendida enciclica sull’amore di Dio, si è permesso di dire che esiste un eros anche di Dio, e che caso mai è più grande il desiderio che Lui ha di noi che quello che noi abbiamo di Lui: “Egli ama, e questo suo amore può essere qualificato senz'altro come eros, che tuttavia è anche e totalmente agape” (DC 9).

Sì, perché in fondo esiste un solo amore, che è sempre dono di sé e desiderio dell’altro. E nel suo amore appassionato, anche Dio si intenerisce di fronte alla nostra piccolezza, si impietosisce per la nostra miseria: “non è forse Efraim un figlio caro per me, un mio fanciullo prediletto? Infatti dopo averlo minacciato, me ne ricordo sempre più vivamente.


Per questo le mie viscere si commuovono per lui, provo per lui profonda tenerezza” (Ger 31,20). Ed è infinitamente più disposto al perdono di quanto provi sdegno per le nostre colpe: “egli un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione per quanti mi odiano, ma usa misericordia fino a mille generazioni verso coloro che mi amano e osservano i miei comandamenti” (Dt 5,9-10) E, come tra noi la tenerezza si esprime nel farsi piccoli coi piccoli, o di vedere la piccolezza anche in chi si fa grande, così anche Dio ha espresso la tenerezza del suo amore facendosi piccolo nel mistero dell’Incarnazione. Da qui la dolcezza della festa di Natale, dove l’immensità di Dio si è rimpicciolita, dove il Signore, da ricco che era si è fatto povero, dove la Parola si è fatta infante, dove il Figlio di Dio si è manifestato nell’umiltà della carne, una carne alla fine umiliata e crocifissa, ma proprio così alla fine gloriosa e vittoriosa. Non si rifletterà mai abbastanza su come la tenerezza di Dio è l’unico modo con cui Dio ha voluto venirci incontro, rivelando proprio così il suo volto d’amore e risanando il volto dell’uomo. A parere di Dio – ogni cristiano dovrebbe esserne convinto – non c’è altro modo per testimoniare Dio che quello di sperimentarne e distribuirne la tenerezza nell’intimità delle nostre case, nella cura delle relazioni con vicini e lontani, soprattutto nel soccorso dei poveri: in concreto, le opere di misericordia corporale e spirituale sono la declinazione e la dimostrazione della tenerezza di Dio. Abbiamo un anno di Giubileo intero per riscoprirle e vedere come metterle in pratica!


Don Roberto Carelli SdB (Alfabeto Familiare)

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